Psicologa Dott.ssa Debora Battani

 

Ho immaginato questo spazio come spazio-tempo di riflessioni, da arricchire o modificare con e nell'esperienza.

Come afferma Bion “apprendere dall'esperienza” è fondamentale per trasformare gli elementi Beta, grezzi, in alfa, lavorati e arricchiti.

Penso che questo processo duri tutta la vita. Anzi me lo auguro!

 

Per il momento desidero condividere:

  • le riflessioni fatte a seguito di una ricerca svolta presso il reparto di medicina riabilitativa dell’Ospedale di Forlimpopoli (FC) nel periodo settembre 2009 – febbraio 2010. La ricerca mirava a capire meglio il rapporto tra le malattie e le emozioni provate dai malati, anche a seconda della patologia fisica. La ricerca è stata effettuata con l'ausilio del “State-Trait Anxiety Inventory (S.T.A.I.)”

  • le riflessioni fatte sulla terapia occupazionale intesa come spazio del fare, di sperimentazione protetta. Credo che le persone attraverso “le attività”, possono migliorare il proprio approccio al mondo, scoprendo potenzialità non ancora emerse o migliorando quelle deficitarie.

  • la tesi della mia specializzazione scritta con la Dott.ssa Alessia Renzi

  • Obesità: una malattia cronica che si può combattere con sinergie mediche. A Forlì l’esempio della terapia occupazionale tramite laboratori espressivi

  • Pnei: paura e immunita’, quando la guarigione e' possibile?

  • A tutto tondo

 


L’ANSIA, MALATTIA E  RICOVERO

una ricerca effettuata presso la degenza u.o. medicina fisica e riabilitazione - Ausl Forli’ -ospedale di Forlimpopoli

Allo scopo di capire meglio il rapporto tra le malattie e le emozioni che sperimentate dai malati, il reparto di medicina riabilitativa dell’Ospedale di Forlimpopoli (FC) ha proposto ai pazienti ricoverati la partecipazione ad un’attività di ricerca.

Tale collaborazione si è realizzata in maniera anonima e volontaria tramite la somministrazione dello S.T.A.I., che è stato presentato come un questionario di valutazione della personalità.

I questionari sono stati somministrati dalla tirocinante psicologa* con la supervisione della psicologa del reparto, e lo studio prende avvio dall’aver osservato che di frequente, nei pazienti con disabilità acquisita temporanea o definitiva, si possono verificare sindromi ansiose o depressive, disturbi dell’adattamento, difficoltà di esprimersi e preoccupazioni per il futuro, che possono condizionare i rapporti con gli altri o lo stato di salute complessivo.

L’ipotesi di partenza è che ci possa essere una correlazione tra lo stato di malattia e l’ansia.

Raccogliere una quantità di dati ampia ed eterogenea, date le differenze tra i partecipanti in termini di età, aspetti culturali, sociali e di patologia, permetteva a nostro avviso di avere una rappresentatività più reale del rapporto esistente tra malattia ed ansia.

Campione: Per quanto riguarda la popolazione esplorata, hanno partecipato 67 pazienti, 24 uomini e 43 donne, nel complesso di età compresa tra i 23 e gli 86 anni, ricoverati nel periodo tra Settembre 2009 a Febbraio 2010.

Di queste persone il 70% ha una diagnosi di natura ortopedica, il 18% circa di natura neurologica (ictus, aneurismi, ecc), il 9%  incidente, il restante problematiche di tipo oncologico.

Guardando il campione per intero, l’età media dei partecipanti risulta  65 anni e una distanza dall’evento di circa 30 giorni e una prognosi buona nel 82% delle situazioni.

Tendenzialmente le persone con problematiche di tipo ortopedico hanno una degenza di circa 15 giorni e arrivano a seguito dell’operazione in tempi brevi, mentre le persone che hanno avuto eventi più complessi possono permanere in reparto fino a 2 mesi e arrivare in tempi molto più estesi a seconda delle condizioni internistiche precedenti.

Premessa

Il corpo, “strumento primario per costruire la propria identità”, riconosciuto malato, riceve le cure del caso: una percepita inadeguatezza diagnostica e assistenziale, un dubbio di funzionalità, rompono l’equilibrio e possono scatenare il vissuto ansioso.

Il paziente ricoverato deve affrontare il reparto ospedaliero, con il suo ambiente microsociale diverso dall’ambiente domestico; deve far fronte alla minaccia tangibile alla salute, che il ricovero sottolinea; perde infine, a causa della condizione di malato, il controllo del ruolo, dell’immagine, della relazione interpersonale.

Gli ospedali sono comunita’ che per funzione alimentano l’ansia anche in soggetti che non presentano quadri psicopatologici di personalita’.

I pazienti sono in apprensione non solo per il loro stato di salute, ma anche per il benessere delle loro famiglie; tra di essi, chi deve essere sottoposto ad un intervento chirurgico, affronta in aggiunta anche la minaccia fisica e psichica di un’operazione.

Il ricovero in ospedale implica la perdita dell’indipendenza, la separazione dalla famiglia, routine e procedure sconosciute ed inevitabili timori circa il proprio stato di salute. La stabilita’  cede il posto all’insicurezza e la famiglia e gli amici divengono visitatori.

Alcuni studi hanno evidenziato, quali fattori stressanti nel corso di un ricovero in ospedale, la lontananza dalla famiglia, l’assenza dal lavoro, la malattia, l’apprensione per una cura che s’immagina dolorosa, la vista di un paziente molto ammalato, gli esami clinici, l’uso della padella e la notte.

Ricerche mettono in luce in aggiunta che nel ricovero il paziente prevede indifferenza, lontananza, ostilità da parte del personale sanitario e degli altri malati. I disturbi ansiosi, che sono uno dei primi segni dello stress dell’organizzazione fobica, sono anche l’espressione dell’attesa, della frustrazione inevitabile, del rifiuto che si ritiene seguirà la richiesta di aiuto: una struttura o un personale sanitario molto accudenti scatenano potenti attaccamenti, mitizzazione. L’attesa del rifiuto e della frustrazione produce comprensibilmente preoccupazione pessimistica, tensione, depressione dell’umore e turbe somatiche del sonno.

Un tipo di organizzazione cognitiva particolarmente vulnerabile all’evenienza del ricovero è quello di tipo fobico per il quale i timori più frequenti consistono nella scarsa capacità di affrontare il mondo sociale e fisico, nelle minacce alla salute fisica e mentale e nella perdita del controllo.

Emozioni e dolore

Ancor più difficile risulta l’esperienza per le persone che provano dolore. L’ Associazione Internazionale per lo Studio del Dolore (IASP) afferma che il dolore e’ un’esperienza emotiva e sensoriale spiacevole, associata ad un danno tissutale in atto o potenziale.

L’espressione emotiva e’ parte integrante del dolore: la coloritura emotiva, unitamente alla valutazione personale dell’esperienza, conferiscono al dolore la dimensione piu’ globale della sofferenza.

Del dolore possiamo inoltre dire che si tratta di un’esperienza personale e privata, comune a tutti gli individui e tuttavia sempre unica. Il modo in cui un individuo reagisce al dolore e’ estremamente complesso e modulato da tanti fattori (emotivi, culturali..); varia considerevolmente da un individuo all’altro ed anche, per quanto riguarda la stessa persona, in circostanze diverse.

La reazione al dolore presenta manifestazioni fisiologiche (ad es: pallore, pressione alta, tensione muscolare, nausea, irrequietezza) e reazioni nel comportamento: se le prime sono spesso rintracciabili in quasi tutti gli individui, le seconde variano molto da un soggetto all’altro. Infatti, le condizioni fisiche, lo stato emotivo ed il modo in cui una persona e’ stata condizionata a reagire alle situazioni di stress, influenzano le sue reazioni al dolore.

La soglia del dolore, cioe’ il limite dopo il quale uno stimolo nocivo viene percepito come dolore, e’ in prima linea di natura fisiologica. La tolleranza verso il dolore, cioe’ la durata nel tempo e l’intensita’  del dolore che una persona accetta prima di avere una reazione, verbale o non verbale, al dolore e’ invece grandemente influenzata da fattori psicologici e socioculturali.

Tra i fattori emotivi che possono incidere sul dolore troviamo l’ansia e la depressione.

Un’analisi della letteratura non consente di definire una chiara relazione tra ansia anticipatoria e dolore: talora l’ansia incrementa il dolore, talora non sembra avere alcun impatto su di esso. Discusso e’ anche il rapporto di causalita’  tra dolore ed ansia: dolore ed ansia possono contribuire l’un l’altro, in un circolo vizioso.

In tutto il regno animale, l’ansia ha la stessa importanza delle pulsioni primarie come la fame, la sete per la conservazione della specie. Tutta l’esistenza dell’individuo e’ centrata sull’allarme, inteso come percezione di pericoli provocati da agenti esterni o interni, e sulle relative azioni di lotta o di fuga: l’ansia, come il dolore, fa parte di questo complesso sistema di allarme.

L’ansia deriva dalla consapevolezza di ciascuno di noi di non avere un sufficiente potere di controllo sul mondo (esterno od interno) e di non poterne predire le conseguenze.

Per quanto riguarda il rapporto tra ansia e dolore, possiamo parlare di parallelismo e di sinergismo: ambedue, lo abbiamo visto, rappresentano un sistema di allarme, la prima sul versante psichico, il secondo su quello somatico. I substrati anatomici sono in parte coincidenti (ad es. sistema libico, sistema nervoso autonomo, ecc.), i correlati neurochimici utilizzano comuni mediatori. Entrambi poi hanno un carattere pulsionale che obbliga l’individuo ad impegnarsi in un comportamento finalizzato al loro allontanamento od alla loro neutralizzazione. Non stupisce quindi che l’ansia svolga una funzione sinergica nei confronti della percezione dolorosa, agendo da amplificatore del messaggio nocicettivo. Benchè l’ansia sia piu’ comunemente associata al dolore acuto, può essere una componente del dolore cronico.

L’ansia può anche diventare una modalita’  espressiva di una persona (“ansia di tratto”): in questo caso condiziona una soglia del dolore diminuita, esalta il dolore sebbene la persona che soffre, sappia sempre localizzare il dolore in maniera precisa.

Il dolore cronico e’ frequentemente associato a depressione, piu’ o meno severa: la sua severita’  sembra infatti essere un buon predittore dell’intensita’  del dolore e della lamentela del dolore. Talvolta eventi stressanti maggiori, vissuti come perdite reali o fantasmatiche (ad es. morte o malattie gravi di familiari stretti, grave malattia personale, perdita di qualcosa percepito come molto importante) possono agire come precursori o antecedenti di affezioni dolorose croniche, come le cefalee. E capita che curando una cefalea emerga frequentemente una sintomatologia chiaramente depressiva.

Da un punto di vista psicodinamico, pazienti con dolore cronico e depressi condividono l’incapacita’  a modulare ed esprimere sentimenti intensi ed inaccettabili. Non di rado tali pazienti percepiscono infatti il dolore come colpa. Nei depressi, il dolore viene a perdere la funzione di “segnale corporeo localizzato” divenendo un dolore corticalizzato, un dolore psichico, che si trasforma in una preoccupazione esistenziale. Il comportamento nella depressione grave, che spesso ricorda il comportamento dell’animale ferito che si lascia morire, porta a trascurare il dolore come segnale, ma lo trasforma in una causa di disperazione, rischiando di far perdere le capacita’  critiche nei confronti della sintomatologia stessa.

Una caratteristica personologica riscontrabile in pazienti con dolore cronico e’ la cosiddetta alessitimia, termine che indica l’incapacita’  di esprimere e verbalizzare i propri sentimenti e le proprie emozioni. I pazienti alessitimici sono portati a soffrire un dolore “nel corpo” dal momento che non sanno vivere le loro emozioni “dolorose” in altro modo.

L’alessitimia, nei pazienti algologici, e’ strettamente associata ad una quasi delirante convinzione di malattia “organica” e ad una forte, spesso insuperabile, ed inconscia resistenza a riconoscere il potenziale ruolo di fattori psicologici nella genesi, perpetuazione o scatenamento/aggravamento del dolore anche quando questo risulti evidente.

L’alessitimia non rappresenta solo un’incapacita’  di verbalizzare le proprie emozioni e di associarle ad eventi significativi ma e’ contemporaneamente un’utile condotta controfobica, una difesa psichica, finalizzata a focalizzare l’attenzione sul sintomo somatico e non su quanto avviene nel proprio Sè: il dolore somatico rappresenta quindi l’”esteriorizzazione” di un’angoscia piu’ profonda.

Tanti fattori possono influire sull’esperienza del dolore anche legati alla permanenza in ospedale come abbiamo visto. Alcuni pazienti tendono ad essere ansiosi e preoccupati per l’eventualita’  di errori e/o negligenze durante il ricovero. La mancanza di privacy può essere un ulteriore motivo di ansia e contribuire alla percezione del dolore fisico e morale.

Inoltre, la mancanza d’informazioni, agendo come mezzo d’incremento dell’ansia, può provocare maggior dolore e sofferenza. Durante il ricovero, il problema della comunicazione e dell’informazione, deve essere considerato come elemento importante, all’interno della relazione medico-paziente ed infermiere-paziente, per ridurre il livello di ansia.

Nel personale sanitario, invece, il dolore viene spesso considerato una conseguenza inevitabile della malattia e, proprio perchè e’ un fenomeno atteso, non sempre viene accolto o sedato. In altri casi la mancata sedazione può derivare da convinzioni errate rispetto ai farmaci o ai loro effetti collaterali.

Sul piano psicologico, la presenza di dolore fisico introduce ad esempio nel paziente con patologia in fase terminale, un ulteriore ed insopportabile livello di perdita. Infatti, il dolore fisico priva il malato della residua possibilita’  di godere e vivere pienamente l’ultimo periodo della vita. Inoltre, la presenza di una sindrome dolorosa induce, anche nei familiari, reazioni che compromettono un sereno rapporto con l’ammalato portando alla mente, talvolta con violenza, sentimenti di paura, di colpa e di perdita.

L’insorgenza di patologie psichiatriche e’ piuttosto frequente nel malato con dolori cronici maligni: secondo alcuni studi, il 13% dei pazienti affetti da cancro presenta una depressione maggiore ed il 4% uno stato d’ansia conclamato. La presenza del dolore intensifica notevolmente il livello d’ansia che in genere accompagna la malattia, l’incertezza continua e l’incapacita’  d’interpretare il segnale doloroso mantengono poi in costante stato di allarme l’organismo con conseguenze che coinvolgono anche il sistema immunitario. Infatti, i pazienti con dolori persistenti, hanno una vita significativamente piu’ breve rispetto ad ammalati terminali che non soffrono sindromi dolorose.

Secondo Sandler, il dolore psichico deriva dalla discrepanza rappresentazionale del gap che si trova tra il Sè e l’ideale del Sé, è un elemento comune a tutti gli stati affettivi spiacevoli e  ogni dolore è psichico prima di tutto. Il passaggio da ”dolore psichico” a ”dolore fisico” avviene per spostamento di aspetti della rappresentazione del Sè verso la rappresentazione di un danno fisico oppure è una soluzione molto funzionale per pazienti che non riescono a sopportare l’umiliazione (es: per le persone con aspetti narcisisti il dolore fisico crea una ‘motivazione’ accettabile)

Una delle conseguenze del dolore può essere la depressione, in seguito al fallimento di ogni tentativo atto alla riduzione di quest’ultimo oppure si tratta di uno stato clinico misto in cui non si giunge ad una soluzione difensiva stabile

“E quando il corpo anatomico ci è infedele, ci mette in scacco, ci tradisce, quando non ci riconosciamo nel “nostro corpo”, come se esso non ci rappresentasse come vorremmo, ecco che ci sentiamo vulnerabili, esseri mutanti nel mondo, sottoposti ad un divenire inarrestabile a cui non possiamo sottrarci. Il corpo malato, e le sue ferite, rimandano ad un altrove che «trascende il corpo, fanno appello ad una ricerca di senso insito nella minaccia della malattia e nel possibile disfacimento del corpo.” Tomellini

Al corpo si chiede di rappresentare un’immagine, un ideale di perfezione che lo renda uno fra tanti, un eguale a modelli infiniti di corpi levigati, tonici, sottratti al divenire, perennemente giovani.

L’evento malattia introduce nel fluire della vita una scansione insopportabile; apre un varco al pensiero della morte, fa uscire il corpo dal “silenzio”, lo porta prepotentemente in prima pagina, lo rende percepibile come ostacolo al mito dell’elisir di lunga vita.

Nella cultura attuale la malattia, il dolore fisico, la sofferenza psichica, la vecchiaia, sono negate e in quanto tali risulta più difficile conviverci.

L’ansia come problema psicologico

“E’ difficile negare il fatto che il mondo sia praticamente intriso di ansia. Essa comincia già dall’infanzia con la paura dell’ignoto e prosegue per tutto l’arco dell’esistenza concludendosi ancora con la paura della morte.” Dott. Di Giuseppe Luigi

Molteplici sono le ragioni esistenziali e sociali che possono ingenerare situazioni d’ansia nelle persone ma solo recentemente, col sorgere ed il perfezionarsi della psicologia clinica, ci si è resi conto della sua incidenza nella vita dell’uomo.

L’ansia è uno stato affettivo così generale e radicale nell’uomo che può essere considerato non tanto un sintomo o una sindrome delimitata, quanto una modalità di esistenza i cui estremi entrano nel dominio della psicopatologia partendo da sentimenti di aggressività, di inquietudine, di paura.

Il Dizionario di Psichiatria pubblicato a cura dell’ “American Psychiatric Association” (1978) definisce l’ansia come uno stato “di apprensione, di tensione, di disagio che scaturisce dall’anticipazione di un pericolo, la cui provenienza è in gran parte sconosciuta o non riconosciuta”.

Invece viene definita dallo Zingarelli: "Stato emotivo spiacevole, accompagnato da senso di oppressione, eccitazione e timore di un male futuro, la cui caratteristica principale è la scomparsa o la notevole diminuzione del controllo volontario e razionale della personalità". Essa è legata allo stress. Alcuni studiosi hanno identificato lo stato ansioso nella tensione dolorosa tra la parte emotiva e quella cognitiva dell’individuo. L’ansia scatena quindi un vero e proprio disordine psico-ormonale, che produce uno stato insostenibile di grande difficoltà adattativa, oggi sempre più presente, nell'ambiente artificiale della società industrializzata. Alti livelli d’ansia sono caratterizzati, essenzialmente, da una grande irrequietezza e da penosi sintomi.
Il manuale di classificazione dei disturbi psichici D.S.M. VI li elenca: dispnea; palpitazioni cardiache; dolori al torace; sensazione di affogare o di essere soffocato; sbandamenti, vertigini, o sensazione di non stare bene in piedi; sentimenti di irrealtà; parestesie (formicolii alle mani e ai piedi); improvvise sensazioni di caldo e di freddo; sudorazione; sensazione di svenimento; tremori fini o a grandi scosse; paura di morire, di impazzire, o di fare qualcosa di incontrollato durante l’attacco.
Lo stress, in generale e ancor di più a seguito di una malattia, è la condizione nella quale un organismo si trova quando deve adattarsi a un cambiamento o a una situazione che gli viene imposta. Esso dà luogo ad una ampia serie di sintomi essendo la risposta organismica a tutta una complessità di stimoli considerati pericolosi. Lo stress logorante può portare ad una vera patologia di ansia continua, non strutturata, libera, che investe sia la mente che il corpo.

E' risaputo, scrive Lawrence Steinmam, che "uno stress... può aggravare una malattia autoimmune influendo sull'ipotalamo e sull'ipofisi, i quali a loro volta secernono ormoni che promuovono l’infiammazione. (...) Queste scoperte possono offrire una spiegazione alla ben nota osservazione clinica che l'ansia può aggravare una malattia"

Originariamente intrapsichica, l’ansia si distingue dalla paura, in quanto è la risposta emotiva ad una minaccia o a un pericolo coscientemente riconosciuto e di solito esterno.

L’ansia si accompagna a modificazioni fisiologiche simili a quelle della paura. Essa può essere considerata patologica quando è presente in grado tale da interagire con l’efficienza della vita, il conseguimento di obiettivi, la soddisfazione desiderata e un ragionevole benessere emotivo.

Negli ultimi anni molti studiosi che hanno cercato di risolvere i problemi teorici ed anche pratici relativi all’ansia, fra i quali lo statunitense Raimond Cattell (1961), hanno introdotto una distinzione fra ansia di stato e ansia di tratto, la prima pari ad una situazione momentanea di ansia definita stato e la seconda pari ad un tratto relativamente stabile della personalità del soggetto definita tratto.

Il modello teorico di C. Spielberger

Questa differenziazione fra stato e tratto fu ripresa ed elaborata da Charles Spielberger (1966) e in questo modello l’ansia di stato è caratterizzata da sensazioni soggettive di tensione, apprensione e nervosismo che compaiono assieme all’attivazione del sistema nervoso autonomo. L’ansia infatti dà, come esperienza particolare, un sentimento di insicurezza, di impotenza di fronte ad un danno percepito; può costituire fonte di preoccupazione, oppure può manifestarsi come tendenza a fuggire e ad evitare la minaccia (Baker, 1980). Questo stato può variare, nel tempo, di intensità in relazione agli stress che colpiscono l’individuo.

L’ansia come tratto, invece, si riferisce alla tendenza all’ansia che caratterizza permanentemente singoli individui; in altre parole si tratta della tendenza personale a percepire una vasta gamma di condizioni di vita come minacciose ed a reagire ad esse con ansia eccessiva. Questa tendenza rimane latente finchè non viene resa attiva da stress associati a pericoli particolari.

Il modello di Spielberger, relativo alla distinzione tra stato e tratto e la loro reciproca influenza, può essere così schematizzato:

- quando una situazione è valutata come minacciosa viene evocata una risposta di STATO;

- situazioni o circostanze che sono valutate come rischiose di insuccessi o minacciose per l’autostima saranno percepite con maggiore intensità da soggetti che presentano elevati livelli di TRATTO rispetto a soggetti con bassi livelli dello stesso;

- i ripetuti contatti con situazioni stressanti portano l’individuo a sviluppare dei meccanismi di autocontrollo dell’ansia o di difese attraverso la minimizzazione della minaccia.

Lo strumento “State-Trait Anxiety Inventory (S.T.A.I.)”

Allo scopo di valutare l’ansia, sono stati realizzati molti test psicologici, tra i quali il più utilizzato è lo “State-Trait Anxiety Inventory” (S.T.A.I) di Spielberger, una delle scale d’ansia più usate in campo diagnostico e clinico sia in Italia che nel mondo. Essa è composta da 40 domande alle quali si risponde a crocette e che indagano il “come ci si sente”.

Per la valutazione dello “stato” si richiede ai soggetti di esprimere come si sentono “in questo determinato momento”, attribuendo un punteggio che descrive l’intensità dei loro sentimenti: 1) per nulla; 2) un po’; 3) abbastanza; 4) moltissimo. Invece, per valutare il “tratto”, si chiede di indicare come si sentono “generalmente”, valutando la frequenza con cui provano sentimenti di ansia: 1) quasi mai; 2) qualche volta; 3) spesso; 4) quasi sempre.

La teoria di TRATTO-STATO d’ansia predice una più alta correlazione fra lo STATO e il TRATTO in situazioni di valutazione sociale, e più basse correlazioni in situazioni di pericolo fisico. Inoltre la correlazione fra le scale sembra dipendere dalla qualità dello stress associato con le condizioni nelle quali la scala STATO è somministrata.

Le correlazioni tra le scale STATO e TRATTO risultano più alte in condizioni che pongono qualche minaccia all’autostima, o in circostanze dove viene valutata l’adeguatezza della persona; e le correlazioni sono più basse in situazioni caratterizzate da pericoli fisici. Per lo più, i cambiamenti nello STATO provocati da minacce di pericolo fisico sembrano essere non correlate al livello del TRATTO.

Ipotesi di partenza

Per la valutazione dell’ansia dei soggetti intervistati, si è partiti dalla formulazione di alcune ipotesi, che sono state oggetto di studio.

1) Ci sono differenze significative in base al genere. Si ipotizza una più alta reattività ansiosa tra i pazienti di sesso femminile.

2) Il livello d’ansia misurato dalle due scale cambia in base all’età. Si ipotizza un picco d’ansia nei giovani adulti perché si trovano in una fase di vita caratterizzato dalla progettazione rispetto al futuro e il bisogno di autonomia mentre tra gli anziani è più ipotizzabile che ci sia un’accettazione e un adattamento alla malattia in tempi minori.

3) Ci sono differenze in base al tipo di evento: ortopedico (protesi ginocchio/anca, frattura femore/caviglia, ernia); neurologico (ischemia cerebrale, tetraparesi, emiparesi, paraparesi); oncologico (metastasi ossea, necrosi femore) e incidenti stradali. Si ipotizza un’ansia maggiore nelle persone con problematiche di tipo neurologico, oncologico e incidenti stradali, rispetto a quelle ortopediche,  per il carattere improvviso e minaccioso dell’evento.

4) Il risultato cambia in base alla prognosi (buona, probabili esiti, pazienti cronici). Si ipotizza che l’ansia sia maggiore in funzione della prognosi, in particolare che la presenza di deficit cognitivi peggiori la situazione mentre la cronicità della malattia implichi probabilmente un maggior adattamento e quindi un’ansia minore.

5) Il livello d’ansia dipende anche dalla distanza dell’evento. Si ipotizza che nella fase iniziale del ricovero, subito dopo l’evento, ci siano risposte di ansia più elevate e che tendano a calare con il tempo.

6) Il fatto che in alcuni casi la scala di STATO sia maggiore rispetto a quella di TRATTO (test falsati) è riconducibile alla preoccupazione di essere valutati nella salute mentale. Più alti sono i livelli d’ansia di tratto e più probabile è che un individuo possa sperimentare punte elevate di ansia di stato in situazioni percepite come minacciose, specialmente in quelle che comportano rapporti interpersonali nei quali è ravvisabile una minaccia all’autostima del soggetto.

Aspetti qualitativi della ricerca

La maggior parte delle persone incontrate ha accettato volentieri di partecipare alla ricerca, mostrandosi felice di rendersi utile e allo stesso tempo di passare un po’ di tempo in compagnia.

Solo una persona si è rifiutata palesemente di partecipare, e altre 2 hanno reagito alle domande ‘arrabbiandosi’ e sminuendo l’importanza del questionario, dove una di queste si è addirittura rifiutata di rispondere ad un item (“mi sento bene”). Per una buona percentuale delle persone ricoverate si è ritenuto opportuno, in seguito ad un confronto con il medico fisiatra di riferimento, non somministrare il questionario poiché non erano presenti le condizioni fisiche idonee per partecipare.

A posteriori abbiamo pensato che sarebbe stato interessante tenere il conto delle persone che non hanno partecipato alla ricerca e di quelle che non erano nelle condizioni fisiche per partecipare.

Anche il contributo di familiari sarebbe stato di grande ricchezza ma non siamo riusciti a coinvolgerli.

Durante la somministrazione del questionario è stato riscontrato da più persone la difficoltà a comprendere il significato di certi item (“vorrei poter essere felice come sembrano essere gli altri”, “mi sento disteso”, “mi sento sotto pressione”), specie nelle persone più anziane e in quei pazienti con problemi neurologici.

In queste persone è emersa anche una gran difficoltà ad attenersi ai quattro livelli di risposta previsti dal questionario e la tendenza a rispondere con avverbi di frequenza che ciascuno aveva in mente in quel momento. Questo si è verificato in particolar modo nella prima scala, quella che misura l’ansia di stato (scala più reattiva allo stato attuale, cioè inclusa la malattia).

E’ stato possibile osservare come molte persone abbiano tentato di raccontare qualcosa di sé, qualcosa che veniva evocato da una parola presente nell’item a cui avevano appena risposto, tanto che alcune di loro sono arrivate proprio a parlare di aspetti personali molto intimi e dolorosi (lutti, tentativo di suicidio, malattie, ecc…).

Si è potuto avvertire il bisogno profondo di giustificare le proprie risposte, di motivare la scelta di una risposta piuttosto che un’altra, anche se prima della somministrazione veniva chiarito esplicitamente che non c’erano risposte giuste o sbagliate.

Durante lo svolgimento del questionario, molte persone, soprattutto donne, si sono commosse e lasciate andare in un pianto di sfogo, probabilmente per avvenimenti legati al significato di qualche item, e una delle domande che sembra aver angosciato maggiormente è “mi sento un fallito”. Questo aspetto potrebbe essere in relazione con il tempo 'fermo' che da la malattia per pensare e all'aspetto di bilancio della vita che spesso ne deriva.

Da parte degli uomini, invece, è stato possibile notare maggior imbarazzo e timidezza rispetto le donne, ansia e tensione nella prima scala che si è attenuata e sciolta durante lo svolgimento, come a mettere in luce un atteggiamento più imbarazzato di fronte all’esporsi parlando di sé.

Ipotesi deduttive

Partendo dal presupposto che i dati disponibili sono troppo pochi per fare uno studio statistico, a livello qualitativo è stato possibile riscontrare nel campione generale una bassa percentuale di ansia nella norma e una percentuale alta di test falsati, cioè di test in cui il punteggio dell’ansia di stato è risultato maggiore rispetto a quello dell’ansia di tratto.

Sarebbe stato interessante, anche se di difficile applicazione anche per il breve tempo di permanenza dei pazienti ortopedici in reparto, pensare ad un retest per valutare eventuali cambiamenti nell’andamento dell’ansia nella persona specifica, con il variare del tempo, delle conquiste fisiche, ecc…

I primi dati maggiormente d’impatto sono che l’ansia nella norma è presente solo nel 20% delle persone e che il 49% dei test è risultato appunto falsato malgrado sia un test valicato statisticamente.

Contrariamente a quanto ci si aspettava, non si sono riscontrate differenze significative in base al genere e le donne non hanno manifestato una maggiore reattività ansiosa rispetto agli uomini, anche se è emersa tra questi ultimi un’alta percentuale di test falsati, che mette in luce come sia più difficile al genere maschile dire come ci si sente e ammettere le proprie debolezze, da cui si cerca in qualche modo di difendersi. Coerentemente all’idea sociale gli uomini presentano una maggiore attitudine a difendersi dalle emozioni intense perché percepite come debolezze

Rispetto alla variabile dell’età, è emerso un picco d’ansia anche tra gli anziani, quindi è stato possibile falsificare l’ipotesi iniziale in base alla quale nella fase avanzata della vita ci sarebbe un’accettazione e un adattamento alla malattia in tempi minori. Inoltre man mano che aumenta l’età, si è visto come aumenti anche il numero di test falsati. Le persone più giovani hanno invece un numero minore di test falsati come se fossero più allenati a parlare di emozioni o meno preoccupati che l’evento infici la loro vita, o li metta a confronto con il decadimento fisico irrecuperabile, sinonimo di vecchiaia.

Per quanto riguarda le differenze in base al tipo di evento si è riscontrata una reattività maggiore tra i pazienti con problematiche neurologiche, soprattutto rispetto agli ortopedici. E’ stato possibile osservare come tra le persone con patologia oncologica, anche se sono un numero ridotto rispetto al campione, non ci siano test falsati e come i pazienti che hanno avuto incidenti stradali siano i più giovani ma anche quelli osservati ad una maggior distanza dall’evento. Le persone con una problematica di tipo neurologico, infine, hanno un’età media e sono stati valutati circa ad un mese di distanza dal trauma mentre le persone con patologia ortopedica sono i più anziani ma anche quelli osservati più vicini all’evento.

Rispetto alla prognosi, è stato possibile disconfermare l’ipotesi iniziale rispetto alla quale l’ansia sarebbe maggiore in funzione della prognosi, in quanto anche tra i pazienti con una prognosi buona sono emersi elevati livelli d’ansia. Inoltre le persone che hanno probabili esiti, hanno anche un numero alto di test falsati.

Per quanto riguarda la distanza dall’evento sono stati osservati cambiamenti significativi in funzione di questa variabile e in particolare è stato riscontrato che man mano aumenta la distanza dall’evento, c’è una percentuale più  alta di ansia variata forse parallelamente alla gravità dell’evento.

Infine, rispetto alle persone con supporto psicologico, sarebbe stato interessante mettere in relazione i dati con la fase del trattamento psicologico (consulenza, inizio, trattamento, ecc…). Colpisce che i test falsati sono quelli che hanno la maggiore età e la minore distanza dall’evento. Da un esame sul caso emerge che le persone che hanno un’ansia nella norma hanno aspetti depressivi che il test non poteva misurare.

Di fronte alla presenza di un’alta percentuale di test falsati, si è potuto osservare come molte persone abbiano tentato di proteggersi da nuove situazioni percepite come minacciose mettendo probabilmente in atto dei meccanismi di difesa.  Si può ipotizzare un utilizzo di:

- negazione: attraverso cui si è cerca di sfuggire alla sofferenza negando la realtà spiacevole che ha provocato lo stato di disagio;

- rimozione: (rifiuto) allontanando o cancellando gli effetti spiacevoli e i ricordi dell’esperienza traumatica dalla sfera della coscienza;

- Idealizzazione: costruendo caratteristiche onnipotenti e non rispondenti alla realtà oggettiva, al fine di proteggere i bisogni narcisistici e anche dello spostamento in base al quale si verifica un trasferimento di sentimenti inaccettabili su un oggetto “sostitutivo” che rappresenta l’oggetto “reale”;

- Razionalizzazione: come tentativo di “giustificare” attraverso comportamenti, ragionamenti ed argomenti un fatto che il soggetto ha trovato angoscioso e quindi costruire attribuzioni, ipotesi o ragioni esplicative di “comodo” per poter contenere e gestire l’angoscia;

- intellettualizione: si verifica ogni volta che il soggetto durante il colloquio, non appena viene sfiorato un argomento per lui fonte di disemotività, filosofeggia, interpreta o giustifica intellettualmente ogni cosa trasformando in intellettualizzazioni le sue ansietà più profonde per la assoluta necessità di controllare ogni cosa, pena la conseguente estrema insicurezza e lo scompenso;

- Diniego: meccanismo di difesa che abolisce dalla coscienza, desideri, pensieri, sensazioni o situazioni traumatizzanti, dolorose spiacevoli;

- isolamento: consiste nell'intellettualizzazione anaffettiva esasperata di situazioni emozionali scabrose o penalizzanti per il soggetto a causa di un meccanismo iperdifensivo.

Un’altra ipotesi può essere che parte delle persone con test falsati fosse allenata ad eventi traumatici, tipo diverse malattie o lutti recenti, tanto da alterare la possibilità di percepire ‘di solito’ e ‘ora’ come il test richiede.

È possibile anche che alcune persone con tratti molto infantili si sentano anche protette o gratificate dallo stato regressivo che la malattia, seppur temporaneamente, porta con sé.

Diversamente da quanto ci si poteva attendere, pur trattandosi di sole 2 persone rispetto al campione, è stata riscontrata nei pazienti con problematica cronica un’ansia variata nel 50% dei casi e la presenza di test falsati nell’altro 50%, potendo contraddire l’ipotesi iniziale in base alla quale ci si aspettava che, dopo tanto tempo, i pazienti cronici avessero avuto la possibilità di adattarsi più facilmente e vivere più serenamente la malattia.

Se si pensava che le persone con patologia ortopedica potessero reagire meglio di qualunque altra tipologia di pazienti, come se “le persone potessero essere più preparate a rompersi un osso piuttosto che avere una malattia neurologica”, è possibile osservare che non è così, poiché anche tra i pazienti ortopedici è stata riscontrata una percentuale alta di ansia variata, potendo concludere che non è solo la natura dell’evento a influenzare la reazione alla malattia. Da questo deriva una utile indicazione operativa e risulta importantissimo prendere in considerazione l’opportunità di un trattamento psicologico anche per queste persone per le quali non ci si aspetterebbe alcuna reazione patologica.

Si è potuto constatare inoltre come, al di là del tipo di evento, giocano un ruolo decisivo nell’esito finale, anche le caratteristiche personologiche, che fanno sì che si reagisca in maniera differente allo stesso tipo di trauma in relazione alla struttura di personalità, alle caratteristiche delle malattie e dal tipo di prognosi, dalle caratteristiche dell’ambiente sociale, affettivo, sanitario con cui il paziente si relaziona.

Nelle istituzioni l’attenzione e’ allora focalizzata sull’ “organo da riparare” e si rischia di vedere solo il tessuto leso senza considerare a chi appartiene. Nell’interazione terapeutica prevale un atteggiamento tecnico, per cui lo sguardo clinico diventata uno sguardo che separa e seziona, che fissa la sua attenzione sull’analisi fisico-biologica dell’organo malato e non sul malato stesso.

Avviene inoltre che nella relazione medico-paziente si prenda frequentemente la direzione di un rapporto di tipo tecnicistico-riparativo e si conceda poca attenzione alla sofferenza nella sua globalita’.

Nel momento in cui il personale rivolge il suo interesse alla sofferenza del malato, e non solamente al dolore, il paziente viene invece considerato in tutta la sua unicita’  ed irripetibilita’: non avremo piu’ solo il bene fisico del paziente ma anche il bene del paziente in quanto persona, una persona dotata di capacita’  di compiere scelte, di provare sentimenti, di crearsi un progetto di vita.

Considerare la sofferenza significa dunque per gli operatori vedere il paziente come una persona che esprime la sua malattia attraverso una gamma infinita di sentimenti, valori, paure, atteggiamenti e cose non dette. E questo è un aspetto soggettivo che tocca gli aspetti psichici di ciascuno.

La malattia, non può essere ricondotta ad esclusiva causa fisica e la conoscenza di un contesto esistenziale in cui essa si svolge, diventa per l’equipe un supporto indispensabile alla stessa raccolta dei dati anamnestici, finalizzati alla comprensione del disturbo entro il quadro dell’individualita’  del paziente.

L’aspetto piu’ importante per una buona assistenza e’ quindi quella di comunicare, di parlare con chi soffre. Valutare le cause del dolore, identificare gli interventi adeguati, trattare correttamente e sondare l’effetto di un trattamento valgono sempre; ma quando si assiste un paziente con dolore si deve sempre ricordare che una buona comunicazione ed interazione sono fondamentali per un trattamento adeguato.

Nel personale sanitario, la ridotta attenzione al problema del dolore può essere determinata  da assuefazione al dolore altrui o ancora fungere da meccanismo protettivo per evitare che una continua esposizione ad elevati livelli di sofferenza spinga al burn out.

Nella considerazione che la relazione medico-paziente resta dunque il cardine terapeutico fondamentale, e che la priorità degli operatori è quella di porsi e di sentirsi abile ed efficace nel suo ruolo di “contenitore” dell’ansia del paziente, aiutandolo a scoprire progressivamente le proprie risorse interiori, guidandolo nel riconoscimento del proprio disagio attraverso anche il riconoscimento e la legittimazione di una ansia ‘normale’ cioè legata alla preoccupazione per la propria salute e per la dipendenza da altri per le cure necessarie.

La crisi esistenziale che causa una malattia nel paziente è espressione di un buon funzionamento quando porta a una maturazione. La crisi emozionale viene quindi a configurarsi inizialmente come una condivisione di blocco dell’esistenza, mancanza di energie necessarie per prendere qualche iniziativa che modifichi questo stato, esperienza di dolorosa impotenza e di vicolo cieco, sensazione di non poter intervenire, profonda perdita di sicurezza, sentimenti depressivi, disperazione e somatizzazioni.

Quest’anno anche l’Ordine degli Psicologi della Regione Emilia Romagna (2010) ha conquistato una nuova definizione di «terapia del dolore» intendendolo come: l'insieme di interventi diagnostici e terapeutici volti a individuare e applicare alle forme morbose croniche idonee e appropriate terapie farmacologiche, chirurgiche, strumentali, psicologiche e riabilitative, tra loro variamente integrate, allo scopo di elaborare idonei percorsi diagnostico-terapeutici per la soppressione e il controllo del dolore.

Nelle persone con malattia fisica il conoscere e comprendere la malattia e il sentirsi compresi possono influire sull’andamento della malattia stessa e sulla capacità di modulare la quotidianità in funzione di questo (sonno, alimentazione, a attività fisica)

Probabilmente attraverso un sostegno psicologico breve si può fornire ai pazienti un Io ausiliario che consenta di:

- contenere le emozioni e le ansie che scaturiscono dalla situazione malattia, per consentire il mantenimento dell’equilibrio psicologico,

- mobilitare meccanismi di difesa adeguati

- rafforzare gli aspetti comunicativi che favoriscono la compliance

La salute coinvolge la totalità somatopsichicosociale della persona e non è riconducibile a settori specifici del vivere, né può prescindere dalla soggettività dei diversi vissuti personali.

“il corpo vissuto è il nostro corpo, quello che non possiamo ignorare”.
Tomellini

Superare i problemi e difficoltà produce stress. Lo stress è un fenomeno normale della vita, permette di attivarsi per trovare un adattamento di fronte agli avvenimenti.

In definitiva ogni evento va inteso quindi in termini dinamici e come processo. Gli aspetti reattivi nelle persone possono essere adattivi o disadattivi. Esistono aspetti e tempi di ricostruzione e riorganizzazione del sistema colpito dall’evento e se riusciamo a  tenerlo presente, possiam accoglierlo nei pazienti e nelle famiglie fino a permettere il raggiungimento di un equilibrio soddisfacente in tempi brevi, favorendo al sensazione di padroneggiamento degli eventi anche come antidoto al senso di impotenza che l’essere malato ha come ombra pesante e a volte umiliante al di là della natura dell’evento.

* un ringraziamento particolare a Sara Alessandrini per la collaborazione nella ricerca e nella stesura conclusiva delle riflessioni

BIBLIOGRAFIA

- Spielberger C.D. (1989), S.T.A.I. State-Trait Anxiety Inventory. Forma y. Adattamento italiano a cura di Pedrabissi e Massimo Santinello. Organizazioni Speciali. Firenze.

- Zannoni M. (2007), Valutazione dell’ansia di stato e di tratto in due gruppi, maschile e femminile, di pazienti internistici. Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica.

- Di Giuseppe L. (2004), Ansia, Stress, Malattia: dal quotidiano al patologico. Francavilla al Mare.

- Sandler: il dolore psichico

- Le malattie autoimmuni, in “Le Scienze”, n. 303, novembre 1993

- http://www.disinformazione.it/stressecancro.htm

- http://www.maldamore.it/i_meccanismi_di_difesa.asp

- http://www.diesis.com/algonet/?p=260

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- http://www.isfo.it/files/File/Recensioni%203D/Salmaso06.pdf

- http://www.ordpsicologier.it/ml_preview.php?id_ml=142

- http://nicolozarotti.com/riassunto-tratto-dal-libro-gli-oggetti-interni-una-rivisitazione-di-sandler-sandler-e-dal-libro-manuale-di-psicologia-dinamica-di-alis-e-sstella/

-http://books.google.it/books?id=l5Vn_XCPQJwC&pg=RA7-PA351&lpg=RA7-PA351&dq=sandler+dolore+psichico&source=bl&ots=fPyVCCg4Tu&sig=XMn-R4H1-51ve9qXVlyMX9XRp90&hl=it&ei=_Pu6S8XmMYGFOLPJhZcO&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=2&ved=0CAkQ6AEwAQ#v=onepage&q=sandler%20dolore%20psichico&f=false

 

 


Cosa è la salute?

Il concetto di salute è stato formulato nel 1948 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e corrisponde  ad " uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste soltanto in un’assenza di malattia o di infermità". Questa definizione ci aiuta a guardare meglio anche alla connessione corpo-mente. Vi sarete accorti anche in condizioni normali il corpo e la mente vanno di pari passo. Quando invece, si ha mal di testa o non si sta bene, non ci si sente mai al pieno della forma anche mentale, così come quando si è tristi il corpo appare spesso stanco, e così via…

 

Tanti eventi possono contribuire a non farci sentire bene...

Tutti gli eventi inoltre,  possono essere potenzialmente traumatici, soprattutto quando non ce li aspettiamo o non ce li possiamo immaginare. Tra questi:

1. eventi accaduti direttamente alla persona, ad esempio: ricevere una diagnosi di malattie minacciose per la vita, gravi incidenti automobilistici, aggressione personale violenta, essere presi in ostaggio, incarcerazione, divorzio, stalking, incidenti, disastri naturali o provocati. Trovarsi di fronte ad eventi spiacevoli che ci fanno sentire impotenti, come avere necessità di una causa civile o penale.

2. eventi accaduti in qualità di testimoni, ad esempio: l'osservare il ferimento grave o la morte innaturale di un'altra persona dovuti ad assalto violento, incidente, il trovarsi di fronte inaspettatamente a un cadavere, ... Anche l’assistenza a familiari o amici che hanno subito un evento traumatico può portare a sensazioni ed emozioni che possono meritare attenzione

3. eventi di cui si è venuti a conoscenza. Quando siamo molto legati a qualcuno o accade qualcosa vicino a noi che ci spaventa molto, ci possiamo sentire come se stesse accadendo anche a noi

Altri eventi possono risultare particolarmente difficili da gestire, ad esempio:

- separazione e/o divorzio;

- gestione inaspettata della prole da soli;

- avere una improvvisa compromissione fisica che porta a condizionamenti nella propria vita (ad esempio: per gli sportivi il doversi astenere dallo sport per lunghi periodi per motivi di salute)

- vivere cronicamente in condizioni economiche precarie o disagevoli;

- subire un'ingiustizia;

- dover sostenere procedimenti legali

-  avere avuto un incidente stradale,

- ecc...

…E allora cosa fare?

È bene tenere presente che in situazioni critiche o pericolose o di stress protratto, le persone possono non comportarsi in modo normale.

Pertanto provare sentimenti e sensazioni intense, o impressioni che non riescono a dominare, è assolutamente fisiologico e naturale.

In situazioni straordinarie, le sensazioni di paura, ansia e panico sono reazioni normali dell’organismo. In questi momenti esistono sintomi che è bene riconoscere e che quindi descriveremo.

Questi sintomi possono presentarsi immediatamente o dopo qualche tempo, anche dopo mesi, in maniera blanda o meno intensa.

- ANSIETA’: una spiacevole sensazione di tensione e di timore

- DEPRESSIONE: una sensazione di stanchezza con relativa perdita di interesse nel mondo esterno, apatia, una visione prevalentemente negativa di sé e degli altri

- PAURA: di subire danni per sé e per le persone care, di essere lasciato solo, di dover lasciare i propri cari, di cedere allo stress, di subire un nuovo brutto avvenimento, di non farcela

- TRISTEZZA: a causa di ciò che è accaduto e di ciò che ha comportato per sé e per i propri familiari

- VERGOGNA: per essere sembrato indifeso, vulnerabile e bisognoso degli altri, per non essersi comportato come avrebbe desiderato

- RABBIA: per quello che è successo, verso l’ingiustizia e l’insensibilità degli avvenimenti, verso la vergogna e l’umiliazione, verso la sensazione di mancanza di comprensione degli altri, verso l’indifferenza

- RICORDI: di impressioni, di mancanza o di amore per persone care che stanno male

Si possono provare inoltre sensazioni fisiche come stanchezza, insonnia, incuria, fatica mentale (ad esempio: perdita di memoria e concentrazione), disorientamento, palpitazioni, tremori, difficoltà respiratorie, costrizione alla gola e al petto, nausea e diarrea, tensioni muscolari che possono provocare dolori (ad esempio: emicrania, dolori al collo e alla schiena, spasmi al ventre), irregolarità mestruali,  cambiamenti nella vita sessuale.

Possono instaurarsi nuovi legami familiari o di gruppo, ma nello stesso tempo possono verificarsi anche tensioni. Relazioni armoniose possono essere sostituite da conflitti. Possono insorgere iperattività, difficoltà di relazione, diminuzione dell’efficienza, momenti di rabbia e di litigiosità, abbandono delle attività favorite, incremento dell’uso del tabacco o altre droghe.

Ci si può ritrovare apatici o di fronte a pensieri e/o sogni invadenti che non ci permettono di andare oltre.

QUANDO E’ NECESSARIO RICORRERE AD UN AIUTO PROFESSIONALE?

- se da soli diventa difficile gestire sentimenti o sensazioni fisiche

- se si ritiene che le sensazioni tardino troppo a tornare normali, se si prova tensione cronica, confusione, senso di vuoto o spossatezza

- se continuano a manifestarsi sintomi fisici

- se dopo un mese ci si sente ancora apatici e privi di energie

- se si dorme male e si hanno incubi

- se non si ha nessuno con il quale condividere i propri sentimenti quando sarebbe necessario. Capita anche di sentirsi imprigionati nella fatica di trattenere le proprie emozioni anche per non sovraccaricare o preoccupare ulteriormente i propri familiari

- se le relazioni di coppia diventano tese e si hanno problemi sessuali

- se dopo l’evento si continua ad esagerare con fumo, alcool e altro

- se diminuisce l’efficienza sul lavoro

- se l’intensità delle emozioni che si provano è talmente alta da farsi sentire in balia degli eventi esterni

Intervenire in itinere permette di recuperare più in fretta lo stato di benessere e prevenire ulteriori peggioramenti fisici o relazionali.

Inoltre ad esempio, associare ad un procedimento penale, un sostegno psicologico consente di tenere conto di sentimenti e diritti.

 


La terapia occupazionale

Il luogo di Terapia Occupazionale è una stanza con una varietà di materiali e oggetti che invitano al “fare”, un luogo in cui la possibilità di scegliere è sempre presente:  un’opportunità che rappresenta il riconoscimento della soggettività del paziente.  Ogni scelta viene presa in considerazione dal terapista insieme al paziente, anche la  non-scelta.

Durante lo svolgimento delle attività avviene la trasformazione dei materiali: acqua e farina diventano una pizza profumata, un foglio di compensato una scatola per conservare gli oggetti più cari, terra e semi, una pianta....

Tale trasformazione nella stanza di terapia è accompagnata da un cambiamento interiore: un processo parallelo dove le emozioni e i pensieri vengono traghettate dal “fare”.

Queste attività seguono i presupposti teorici indicati da Piaget,  che ha sottolineato la priorità dell’azione nell’organizzazione del pensiero e che, attraverso la descrizione dello sviluppo evolutivo del bambino, ha dimostrato quanto pensiero e azione si stimolino a vicenda.

Nell'apprendimento infatti i gesti del bambino man mano che cresce, divengono sempre più finalizzati al raggiungimento di un obiettivo e il bambino registra queste esperienze di interazione, creando ricordi, memoria che favorirà gli apprendimenti. I processi cognitivi iniziano ad elaborare la progettazione e l’esecuzione dei movimenti

Attraversando l'azione puramente agita o imitata il bambino arriva all’azione pensata progettata ed interiorizzata, raggiunge la reversibilità del pensiero, riesce a generalizzare, conquista così nel tempo la funzione del pensiero astratto.

In quest’ ottica di stretta connessione tra azione e pensiero si pongono le attività, strumento privilegiato della terapia occupazionale.

Come mette in luce Robert White quando parla dell’aspetto motivazionale della competenza, il percorso terapeutico così creato può avere la funzione di creare inoltre un ponte reale tra esperienze passate e il futuro del paziente. Ho avuto modo di osservarlo durante la mia esperienza con le persone con disabilità acquisita.

E’ attraverso la  possibilità di creare oggetti, pensieri, storie e relazioni che si esplica la grande opportunità di cura  della T.O.: il contatto tra terapista e paziente  sul luogo del “fare” ha una grande valenza riabilitativa e  grazie ad esso due mondi, quello del terapista e quello del paziente, si incontrano e proprio da questo contatto prende avvio il percorso del trattamento, che è fatto di impegno per l’evoluzione.

Non è sempre facile proporla e farla accettare al paziente perchè è proprio l'espressione della fisicità che è cambiata  e genera sentimenti di sconforto e frustrazione sia per il riscontro di non essere più in grado di fare sia perchè necessitano delle nuove strategie per fare ciò che si faceva benissimo prima. Questi aspetti  risultano molto importanti anche per il paziente con disabilità acquisita  che può fare fatica ad accettare alcuni limiti di sé e ad andare oltre per scoprire anche le risorse che possiede. Freud indica che la paura è generalmente collegata ad un pericolo noto, mentre l'angoscia è il sentimento che riguarda l'ignoto ed indica qualcosa che concerne la persona più da vicino. Come dover gestire un corpo diverso che non si sa se e dove può arrivare. Spesso inoltre anche le famiglie proteggono da questa angoscia del fallimento e possono fare fatica a spronare ad esplorarsi e ad esplorare l'ambiente circostante.

Nella Terapia Occupazionale le attività sono sia i mezzi per il trattamento che i risultati dell’intervento, ma non sempre le mansioni usate come strumenti sono poi la conclusione del lavoro: per alcune persone  alcune attività sono fondamentali per condurlo a scoprire l’utilizzo di risorse, che gli saranno poi utili ed essenziali per altre occupazioni.

Il compito del terapista è cercare di capire le risorse e le difficoltà intorno alle occupazioni della vita, l’approccio è alla persona come 'persona in grado di fare delle cose': prima si accertano le risorse e gli interessi della persona, poi si affrontano i problemi specifici con l’intervento mirato.

Tutto questo è diverso da “ti dico io come si fa” che rappresenterebbe un puro esercizio di funzioni che non favorisce l'evoluzione e non promuove gli apprendimenti che possono portare all'autonomia.

“il fare, per essere terapeutico, deve essere “un fare essere”, come direbbe Fromm, deve entrare costruire una maggiore fiducia, un equilibrio, una relazione positiva con il mondo umano e non-umano che lo circonda, deve permettergli, con le sue attività motorie e ludiche, il passaggio da momenti “primitivi” a momenti più strutturati”.

Le attività quindi offrono molteplici potenzialità. Il “fare” va inserito in un processo che ha come obiettivo il favorire al massimo il coinvolgimento della persona. Il raggiungimento di questo obiettivo è veicolato dall’utilizzo della comunicazione nella sua accezione più ampia, anche del non-verbale.

Il linguaggio verbale è spesso carente nei pazienti è o difficoltoso o utilizzato più come difesa che come strumento di comunicazione.

Lavorare così “[…] favorisce la possibilità di comprendere anche ciò che non può essere espresso verbalmente, entrando in risonanza con l’altro, in una identificazione primaria e progettuale.”

Comunicare al di là della parola apre infinite possibilità di spazi creativi in cui terapista e paziente si incontrano per “fare” insieme e per promuovere la scoperta delle funzioni, un viaggio entusiasmante e sicuramente più coinvolgente, motivante e gratificante di un puro addestramento.

Le attività svolte in terapia non sono casuali, sono inserite nella storia intima delle persone, nelle sue caratteristiche, nel suo livello di sviluppo motorio, intellettivo e affettivo, inoltre per ogni persona l'attività ha un suo significato tutto personale.

“Perciò in terapia occupazionale non è importante esclusivamente il prodotto finale né, tantomeno, la sua perfetta rifinitura, ma è il processo di realizzazione dell’attività stessa che assume importanza fondamentale: come la persona adopera l’oggetto, se e come lo trasforma…Osservare, costruire ipotesi, criticarle, riformulare nuove ipotesi in una valutazione costante, rimanere nella complessità anziché accontentarsi della semplificazione poiché un processo terapeutico è molto di più che una ricetta cucinata più o meno bene”

La stanza di terapia occupazionale è piena di oggetti di tutti i tipi, oggetti che servono per costruirne altri, oggetti costruiti da ultimare altri rifiniti, alcuni solo abbozzati, ma tutti fanno parte del rapporto terapeutico, ogni oggetto anche se concreto non è solo oggettivo, risponde ad un criterio di unicità evoca una storia fatta di ricordi, emozioni, conquiste e delusioni.

In ogni attività, in ogni oggetto e in ogni prodotto c’è un significato e un senso di cui la persona può  o non può essere cosciente, ma che il terapista deve avere individuato e quindi tenere presente.

La realtà fisica e quella della mente confluiscono e si realizzano nell’oggetto, quindi possiamo dire che il prodotto di una attività è il simbolo di un cambiamento, di un processo esterno ed interno. Il prodotto non deve essere rifinito e ben riuscito ma deve essere il risultato di un processo evolutivo e la persona deve poterlo riconoscere come suo e avere da esso la conferma che le sue azioni lasciano un segno nella realtà, che hanno un effetto. Produrre un effetto, raggiungere l’obiettivo desiderato è fonte di grande soddisfazione. L’esperienza del sentirsi competenti dà una spinta propulsiva al desiderio di impegnarsi nel processo terapeutico. Rende concreta la motivazione e può aiutare a dare significato all'esistere.

Può quindi rientrare in un progetto di evoluzione che può accompagnare la persona al raggiungimento della massima autonomia possibile.

In ogni persona,  vi sono delle risorse da valorizzare e sviluppare che gli permettono di crescere e di affrontare il futuro. In un’ottica riabilitativa il disturbo, che è motivo dell’invio, diviene l’espressione del bisogno d’aiuto, ma è importante andare oltre la patologia per incontrare la persona nella sua interezza e porre il focus attentivo sulle sue capacità, sui suoi desideri. Nella terapia occupazionale vi è la possibilità di avvicinarsi concretamente, attraverso le attività, al patrimonio della persona e di costruire insieme un presente in cui essere protagonista delle sue scelte.

Il lavoro terapeutico spesso provoca timore nei familiari rispetto al futuro, le letture confuse delle situazioni passate hanno un grosso peso ed è importante tenerne conto nel percorso di cura intrapreso: la persona in terapia può sperimentare, attraverso la relazione con il terapista e la trasformazione dei materiali, che ha delle risorse e può elaborare una immagine diversa di sé stesso. Durante il lavoro di terapia occupazionale si può fare l’esperienza concreta che le difficoltà si possono prendere in esame, che le si può superare e crescere nonostante la loro presenza.

Lo sviluppo di nuove competenze è uno degli obiettivi della terapia occupazionale.

Competenza significa adeguatezza, abilità, capacità, è un termine utile a descrivere atti come il manipolare e il modificare ciò che ci sta intorno o alcuni nostri comportamenti: situazioni che implicano una interazione con l’ambiente.

Attraverso “le attività”, può migliorare il proprio approccio al mondo, scoprendo potenzialità non ancora emerse o migliorando quelle deficitarie.

Considerare la persona nella sua globalità  significa anche tenere presente gli aspetti dello sviluppo funzionale più o meno deficitari, sottesi ai vari quadri di patologia, tenendo così conto dei limiti oggettivi e anche delle realistiche prospettive di miglioramento e/o guarigione. Sottolineare ed agire sulle parti sane della persona per accompagnarlo verso un benessere individuale e sociale non preclude lo sguardo sugli aspetti malati che vanno compresi in senso clinico, inoltre il terapista occupazionale non deve essere solo un riabilitatore del sintomo, ma deve credere nell’importanza terapeutica delle attività della vita e nel loro valore propulsivo per il miglioramento della patologia.

L’osservazione deve essere un’attitudine costante del terapista, che accompagna, momento per momento, il percorso di cura, uno sguardo attento che è intrinseco alla terapia e che rende possibile il rispetto dei bisogni e delle scelte del paziente.

La capacità di osservazione insieme ad un approccio empatico sono estremamente utili anche nel lavoro con le persone con disabilità acquisita.

Nel percorso di cura il Terapista deve mantenere una giusta vicinanza emotiva e fisica, essere attento in modo costante, mettersi nella relazione senza essere invadente e minaccioso.

In una fase successiva quando il terapista è divenuto familiare e viene identificato come punto di riferimento sicuro si può pensare un approccio più diretto.

Un gesto nuovo che incide nella realtà, che produce un effetto, da solo non vi sarebbe arrivato.

Si può così sperimentare in un contesto protetto anche il fallimento per farlo evolvere altrimenti la paura che accada, rischierebbe di farlo diventare eterno.

La terapia occupazionale è un percorso a tre: paziente, terapista, attività, un percorso in cui attorno al “fare” ruotano comunicazioni profonde, il “setting” di terapia occupazionale è un luogo di proposte “dove l’esperienza del fare attiva molti canali percettivi e conduce da una realtà frammentata ad una realtà più integrata.” (Martelli, 2006)

Nella Terapia Occupazionale, la presenza di oggetti concreti, di materiali che, se assemblati, manipolati, si trasformano dando origine a oggetti prima pensati e poi realizzati, facilita le complesse dinamiche intrapsichiche e relazionali. I risultati delle attività rappresentano quel che avviene nella terapia e occupano quell’area intermedia che c’è fra mondo interno e mondo esterno.

Per le persone bloccate da una difficoltà la terapia è una occasione di accantonare, anche se per poco, le loro consuete modalità ripetitive, stereotipate e primitive: protetti dal setting terapeutico con cautela quando se la sentono possono osare, possono scoprire la possibilità di funzionare a livelli più evoluti e trarne piacere.

È plausibile ritenere che per quei pazienti la cui vita è stata interrotta a causa di una patologia, la terapia occupazionale è un luogo terapeutico adeguato alla promozione dello sviluppo evolutivo  di modalità di transito per ricostruire una normalità, seppur a volte diversa da prima.

La terapia occupazionale rappresenta un valido strumento per accompagnarli in un ambiente protetto, lontano dalle pressioni delle aspettative e delle prestazioni, verso un fare competente, che dà soddisfazione, che fa sentire efficienti ma che nello stesso tempo è passato attraverso la creazione e la sperimentazione di parti dolorose e preoccupanti, che comprensibilmente sono difficili da avvicinare, toccare e manipolare emotivamente e fisicamente.

 

Personalmente in un momento di grande strappo tra due fasi di vita un hobby è stato la mia Terapia occupazionale.

Attraverso la manipolazione, l'assemblaggio, le prove di tenuta dell'oggetto, la contentezza del risultato, la piacevolezza e l'approvazione ricevuta degli altri, ho ritrovato energia per evolvere aiutandomi a riconoscere che quel vuoto non era incapacità, ma potere e spazio generativo, potendo riacquistare una stima di me e un sentimento di ben-essere maggiore.

Un ringraziamento particolare a Nicoletta Mazzoni e a Sara D'Altri per l'appoggio e i suggerimenti .

 

Bibliografia

    • “La stanza di Terapia Occupazionale: scelta e motivazione all’interno del percorso riabilitativo” Tesi di Maria Civita Di Russo;  2008
    • American Psychiatric Association: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV), 1996, Masson
    • Baumgartner Emma: Il gioco dei bambini, 2002 Carocci
    • Cunningham Piergrossi Julie (a cura di): Essere nel Fare, 2006 Franco Angeli
    • Mastrangelo Glauco: La Terapia Occupazionale nell’età evolutiva, 1999 Edizioni Scientifiche Cuzzolin
    • Raccolta di articoli pubblicati nella rivista “Il Ruolo Terapeutico” a cura del “Vivaio”, Centro di psicologia dell’età evolutiva, dal 1978 al 1999
    • Piaget Jean: Lo sviluppo mentale del bambino, 1967 e 2000 Einaudi
    • Quaderni di Salute Marche: Progetto autismo, gennaio 2005
    • Rohde Katia: La ragazza porcospino, 2001 Casa Editrice Corbaccio
    • Surian Luca: L’autismo, 2005 Il Mulino
    • Tustin Frances: Protezioni autistiche nei bambini e negli adulti,1991 Raffaello Cortina Editore
    • White R.: Un riesame della motivazione: il concetto di competenza, 1989, Martello-Giunti
    • Winnicot D.W. , Gioco e realtà, 1974 Armando Editore
    • Zanobini Mirella, Usai Maria Carmen: Psicologia della disabilità e della riabilitazione. I soggetti, le relazioni, i contesti in prospettiva evolutiva, Franco Angeli



OSSERVAZIONI INTORNO AL CONCETTO DI DOLORE PSICHICO


Il dolore è un concetto è un argomento concettualmente difficile e arduo da descrivere: il solo aspetto chiaro è che “Il dolore è sempre un’esperienza soggettiva. Ogni individuo apprende il significato di tale parola attraverso le esperienze correlate ad una lesione durante i primi anni di vita” (IASP, 1979). Pertanto è importante sottolineare che l’esperienza del dolore è determinata ed influenzata dalla dimensione affettiva e cognitiva, da fattori individuali, dalle esperienze passate, dalla personalità, dalla struttura psichica, dal significato della situazione specifica e da fattori socio-culturali (Mannion et Woolf, 2000).

Nasce come esperienza prettamente fisica collegata ad esperienze di dispiacere, ma nell’evoluzione e nella crescita personale, assume connotati e significati specifici per ciascuno di noi.

Il nostro lavoro parte dalla componente neurofisiologica, per giungere alle manifestazioni del dolore psichico e a come può essere affrontato ed elaborato in un percorso terapeutico.

L’ultima parte del nostro elaborato mira a riconoscere i contenuti teorici nella quotidianità e nella pratica clinica.

Tesi di Specializzazione di: DEBORA BATTANI e ALESSIA RENZI; Novembre 2012 pubblicata in esteso: www.palogianangelo.it






OBESITA': UNA MALATTIA CRONICA CHE SI PUO' COMBATTERE CON SINERGIE MEDICHE. A FORLI' L’ESEMPIO DELLA TERAPIA OCCUPAZIONALE TRAMITE LABORATORI ESPRESSIVI.

 
Grazie al successo del laboratorio di terapia occupazionale tenutosi durante l’edizione 2012 della Settimana del Buon Vivere, l'Ospedale Privato Villa Igea di Forlì può ora vantare un’attività in più per il suo Centro Obesità e Nutrizione Clinica. Abbiamo parlato con la psicologa Debora Battani il cui compito all'interno dell'equipe del Centro, è aiutare i pazienti a ‘riscoprire le proprie risorse e a riscoprirsi “capaci’ attraverso un percorso che, sondando il terreno emozionale della persona, va oltre la visibile perdita di peso.

In occasione del Buon Vivere 2012 è stato realizzato un cartellone di 240x70 cm dal titolo ‘Il Buon Vivere è’ in cui i pazienti hanno comunicato il loro pensiero attraverso varie forme d’espressione, dal dipinto con colori a dita alla poesia.

Quest’anno, sempre con un laboratorio durante la Settimana del Buon Vivere, la psicologa Debora Battani coglie l’occasione per riflettere sui cambiamenti avvenuti nella consapevolezza personale e sociale del paziente tra l’inizio e la fine della terapia. Le persone, solitamente affetti da obesità grave, termine con cui ci si riferisce a persone con un indice di massa corporea maggiore di 40 kg/m2, saranno protagonisti di un percorso di grande importanza. Si tratta di una riflessione attraverso il fare per cui i pazienti riacquistano la consapevolezza di essere persone non solo con un corpo, ma anche con sentimenti, ragioni e pulsioni emotive non di secondo piano.

A Villa Igea, questi workshop terapeutici sono all’ordine del giorno: Battani mi mostra alcuni manufatti realizzati dai pazienti, sono oggetti di vario tipo, da piccole sculture in argilla a libri in miniatura. Con felicità, la psicologa condivide con me l’esperienza di un paziente che all’inizio della terapia ammise di non sapere chi fosse e poi, verso la conclusione del suo percorso riabilitativo, disegnò un libro con tanto di segnalibro, che indicava lo stadio di comprensione a cui la persona era giunta. Sapeva fino a quel punto, il resto era ancora da scoprire.

Battani specifica che i laboratori espressivi si diversificano da ciò che si è soliti chiamare arte-terapia per il ruolo dello psicologo: mentre l’arte-terapia non prevede alcun input dato dal coordinatore dei lavori, la terapia occupazionale si caratterizza invece per l’intervento iniziale dello psicologo che propone del materiale specifico o dei temi, su cui poi lavorare.

Come suggerisce il nome, la terapia occupazionale mira alla realizzazione personale del paziente attraverso una qualche occupazione; i cosiddetti laboratori di manualità aiutano la persona affetta da obesità a rientrare in possesso della capacità di rappresentazione. Spesso, infatti, il corpo così ingombrante fa dimenticare all’individuo la propria parte più intima, emozioni e sentimenti inclusi. Non è un caso che spesso il corpo sia rappresentato dai pazienti come un enorme contenitore di dolore; la terapia occupazionale, attraverso il fare, vuole comunicare un messaggio di speranza, aiutando la persona malata a riacquisire una propria consapevolezza personale, e per utilizzare le parole della Dott.ssa Battani ‘a gestire, riconoscere e capire il proprio sé’.

Molti pazienti all’inizio del laboratorio si rappresentano come una massa d’argilla informe, poi con il passare del tempo e degli incontri, le loro composizioni creative iniziano ad avere una forma, seppur soggettiva.

Finalmente l’obesità è stata riconosciuta come malattia cronica; in questo modo si va a sfatare il mito di un disturbo legato esclusivamente alla mancanza di volontà della persona.

La malattia colpisce ogni fascia d’età, un ampio spettro d’indagine ben rappresentato dai pazienti ricoverati a Villa Igea che vanno dai diciotto ai settant’anni, ma non ne sono risparmiati neppure i bambini (che a Villa Igea seguono un percorso ambulatoriale).

All’interno del contesto pluridisciplinare di questo Ospedale Privato, Debora Battani, membro del servizio psicologia, mira a restituire il senso del sé a persone che, spinte a nascondersi da una vergogna sociale, finiscono per autocensurarsi.

A Villa Igea i letti di degenza occupati da queste persone sono mediamente una ventina; all’anno si contano invece intorno alle mille presenze che giungono al Centro Obesità e Nutrizione Clinica di Forlì da tutta Italia, dal momento che questo Ospedale Privato è un riferimento nazionale anche per gli operatori di questo settore.

Qui si lavora esclusivamente in equipe; il gruppo è composto da varie figure professionali interagenti tra loro che tutto vogliono essere tranne che rigide e statiche categorizzazioni di ruolo; solo per citarne alcune, l’internista, l’endocrinologo, lo psichiatra, il cardiologo, il dermatologo, il fisiatra, il dietista e lo psicologo lavorano non solo tra loro, ma anche con altre figure appartenenti ad altri reparti. Tali laboratori si realizzano ed integrano con tutte le attività riabilitative, individuali e/o di gruppo, che quotidianamente i pazienti svolgono con l'equipe.

La Dott.ssa Valeria Zaccheroni, responsabile clinico del Centro Obesità e Nutrizione Clinica di Villa Igea, fa notare che necessariamente il centro obesità si deve interfacciare con altri dipartimenti senza perdere di vista la globalita’ della persona obesa e delle sue necessità: si pensi per esempio alle potenziali difficoltà nel poter garantire una banale visita ginecologica accurata a una donna obesa. Esistono, infatti, ancora diverse mancanze nei servizi ospedalieri per cui molti strumenti non hanno la capacità di portata necessaria ai bisogni di questa tipologia di persone. Il centro di Villa Igea lavora per sopperire a questa inadeguatezza: ‘Cerchiamo di costruire qualcosa a misura in attesa che cambino le misure’, spiega la psicologa Battani.

Al centro Obesità e Nutrizione Clinica l’attenzione è focalizzata non solo a far perdere peso ai pazienti, ma anche a migliorare la loro qualità di vita.

Come ricorda Battani, l’obiettivo è offrire alla persona malata nuovi strumenti di comprensione personale, rivalutando non solo l’identità della persona, ma anche il suo posto nel mondo.

In attesa della Settimana del Buon Vivere, per ulteriori informazioni sul lavoro del reparto, si può consultare il sito dell'Ospedale Privato Villa Igea: curaobesitaforli.it

 

Testo di Elena Dolcini




PNEI: PAURA E IMMUNITA’, QUANDO LA GUARIGIONE E’ POSSIBILE?

Un’esperienza di supporto psicologico in ambito riabilitativo

 
Il mio lavoro presso l’unità operativa di Medicina Riabilitativa include la degenza di Forlimpopoli e il servizio di Forlì.

In entrambi mi occupo, anche se con diverse modalità di presa in carico del paziente, del supporto alle persone che manifestano disagi, conseguenti ai motivi che li hanno portati all’UOMR su segnalazione/confronto con il personale di riferimento. Parallelamente, per gli stessi casi, supporto l’intera equipe, partecipando all’elaborazione del progetto riabilitativo e dei programmi terapeutici.

Il mio supporto viene richiesto in base ai segni di disagio conseguenti della malattia/trauma, che il paziente mostra al fisiatra o al fisioterapista. Da questo confronto, nasce una riflessione condivisa, di individuazione del bisogno, cercando di scindere cosa appartiene al paziente e ciò che può nascere da dinamiche relazionali fra gli operatori.

Considerato che il servizio è prevalentemente a favore di persone che sono già a domicilio e che distano temporalmente dall’evento traumatico mediamente 1 anno, i vissuti psicologici che potessero presentare, risultano più strutturati (sul versante adattivo anche se patologico e/o disfunzionale) e richiedono un maggior tempo di elaborazione e di conseguente presa in carico. Rispetto alla degenza, risulta essere inoltre, minore il numero di pazienti che riconosce di avere bisogno di essere accompagnato nel percorso di adattamento alla malattia/evento.

Durante il ricovero, nella maggioranza dei casi, le persone sono favorevoli ad assecondare il bisogno comunicativo carico della preoccupazione per la propria vita nel caso del paziente o per il proprio caro in caso di familiari.

Quando le incontro il colloquio è solitamente individuale e partendo dalle condizioni fisiche giunge ai nuclei sofferenti e all’espressione delle paure legate alla propria immagine corporea e nel tempo, ai vissuti sofferenti a questa correlate. Emerge frequentemente un vissuto di castrazione e di impotenza legata alla malattia/evento. Spesso queste persone necessitano di un aiuto per affrontare la dolorosa elaborazione della perdita temporale o definitiva di una funzionalità corporea. Come nel corpo, anche nella mente la prima reazione è il blocco.

Per il paziente la ristrutturazione del proprio campo di vita segna il superamento della fase del lutto e l’adattamento alla situazione esistente, inoltre è caratterizzata da un atteggiamento altalenante, fatto di progressivi avvicinamenti e allontanamenti. In questa fase il paziente e la famiglia, avendo la consapevolezza di quanto accaduto, raggiungono la capacità di attribuirgli un senso e la capacità di riprogettare e ripensare la propria vita tenendo conto dei cambiamenti avvenuti.

Tale capacità si basa anche su gli aspetti pretraumatici soggettivi, quindi ogni intervento progettato deve tenere presente e basarsi su indicatori della qualità di vita percepita della persona che abbiamo di fronte per essere vissuto il più possibile “a propria misura.”

Nei confronti dell’equipe, invece, fondamentale risulta gestire e condividere la preoccupazione per il paziente. Sapere che un proprio paziente è “un po’ anche nei pensieri di qualcun altro” fa sentire ogni componente ‘spalleggiato’ e consente di esporsi meno verso fenomeni di sovraccarico. Motiva un'idea di condivisione e può quindi anche prevenire fenomeni di burn-out. L'equipe consente anche di riconoscere la funzione di sostegno psicologico come parte attiva del proprio lavoro. La necessità di difendersi dalla sofferenza interna non può tradursi, nel distacco emotivo e nella “tendenza a trattare il corpo” al posto del “trattare una persona”. Tale approccio, favorirebbe nel paziente il sentirsi frammentato e non preso in carico nella sua complessità, attribuendo al corpo un'azione di cura non integrata, “fratturata” all'aspetto emozionale. Essere professionisti che manipolano il corpo non comporta quindi soltanto il possedere una tecnica. In questo contesto essere un operatore che riabilita, significa avvicinarsi a situazioni in cui, l’esito di un lungo lavoro, non sarà mai restituire al paziente la sua precedente efficienza, ma accompagnarlo verso un migliore adattamento e verso una qualità di vita accettabile per sé e per i suoi familiari. Per gli operatori, conoscere e riconoscere le possibili reazioni emotive che un paziente e/o la sua famiglia, possono sviluppare a seguito di eventi traumatici, inoltre, consente di identificare margini di collaborazione diversi anche nell’alleanza terapeutica.

In tale prospettiva che va verso una presa in carico multipla, si interviene riconoscendo che tutte le parti di quella persona sono cambiate e meritano attenzione e che tutti gli operatori sono insieme ed, affrontano, seppur da punti di vista diversi, l’esperienza con lo stesso paziente per lo stesso scopo riabilitativo. Come riconosce la PNEI, la ricchezza si crea nell'integrazione di saperi diversi, che consentono di restituire al paziente una visione globale e di complessità di se stesso.

Quello che serve al paziente è un giudizio clinico prognostico attendibile, condiviso ed espresso nell’equipe. Questo può facilitare il processo di acquisizione della realtà e sostenere la persona e/o la famiglia nella sopportazione dello stress emozionale.



RAPPORTI MENTE E CORPO: i percorsi delle rotture

L’esperienza quotidiana ci ha permesso di riconoscere che intervenire in “itinere”, come avviene presso la degenza, consente di prevenire stili disfunzionali di adattamento all’evento e, favorendo l’espressione del disagio, vengono stimolate adeguate modalità personali e familiari di fronteggiamento all’evento stesso, in un’ottica di qualità di vita percepita. Il passaggio dalle emozioni alla malattia, dallo psichico al somatico, è un funzionamento integrato e complesso dei grandi sistemi di regolazione complessiva dell’organismo, come valorizzato dalla PNEI.

Come se l’accoglienza possa stimolare le difese immunitarie, favorire il processo di guarigione, catalizzarlo e fungere da “cuscinetto al trauma” e intervenire per normalizzare le risposte inibitorie create biologicamente nell'organismo dallo stress subito. Studi hanno dimostrato che situazioni di stress (fisico, psicofisico, emozionale) possono allo stesso modo influenzare il sistema endocrino. Tali reazioni dipendono dalla durata e dalla quantità di ormoni immessi nella circolazione. Durante la fase acuta, l'aumento dell'attivazione biologica funge da stimolatore del sistema immunitario con funzioni protettiva, mentre in condizioni di stress cronico alti livelli sopprimono la risposta immunitaria con meccanismi simili a quelli che si realizzano negli stadi infiammatori. Biologicamente la paura inoltre, nello specifico di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere, agiscono attivando l'amigdala che coinvolge altre aree di risposta allo stress: la sostanza grigia centrale che produce una reazione di “congelamento”, l'ipotalamo laterale che attiva il sistema circolatorio innalzando anche la pressione arteriosa e una riposta sugli assi deputati alla produzione di ormoni.

A livello celebrale è stato dimostrato che vi è inoltre una fissazione dei ricordi legati al trauma come tentativi biologici di controllo della paura. Quindi accogliere le ansie, le preoccupazioni e le paure nei tempi in cui si sviluppano, può consentire di prevenire lo sviluppo di meccanismi patogeni e lo strutturarsi di maggiori difficoltà per la persona nel percorso di guarigione. Permette, inoltre, l’avvio di migliori relazioni sia con la famiglia che con gli operatori.

Nel trauma, l'esperienza dell'emozione è troppo forte da sopportare, di tale entità da riuscire a fugare persino la capacità di poter essere elaborata e l'esperienza totale viene quindi smembrata. Gli eventi e i loro significati perdono connessione. L’episodio traumatico può essere vissuto, infatti, come “annientamento” (A. Freud), come “rottura dell’equilibrio dell’Io” (Greenacre, Walder), quale evento di disarticolazione delle relazioni interattive preesistenti nell’Io. La situazione traumatica rappresenta una minaccia per l'integrità dell'Io e l'esperienza di "essere se stessi" inizia a frammentarsi, contribuendo ad alterare la capacità dell'organismo di mantenere un equilibrio interno stabile, grazie ad un insieme di processi di regolazione che agiscono ogniqualvolta si verifica una variazione delle condizioni esterne.

Quando questo avviene la persona si trova nella condizione di un distacco totale, diretta conseguenza di una disarticolazione e disintegrazione somato–affettiva. Questo processo coinvolge totalmente l’attività psichica e altera i meccanismi biologici, rendendoli inadeguati rispetto a qualsiasi tentativo di reazione.

Nei casi gravi quando la persona è vittima di un trauma il risultato è: un mondo interiore in cui le emozioni non sono verbalizzate e rimangono sconnesse dal significato personale. Non considerare i propri vissuti emotivi non rende possibile l'instaurarsi di un legame significativo con l'Altro, nè con il proprio corpo, perdendo la possibilità anche biologica di interrompere i meccanismi che alimentano lo stress.

Il rischio che si corre è quello di considerare il proprio corpo “rotto” e bisognoso di cure e la mente diventa quindi osservatrice disattenta delle proprie emozioni delegando a un corpo già sofferente la possibilità di esprimere altro dolore. Forse più facile dire “mi fa male solo lì”. È possibile guarire curando solo pezzi? A volte il riconoscere il corpo in quanto canale espressivo, ci aiuta a portare in luce stati di non equilibrio profondi sottostanti.

La mente umana si difende dal trauma tramite la dissociazione che Putnam, ha chiamato "la fuga quando non c'è via di fuga ". Questo meccanismo nel negare l'accesso alla consapevolezza preserva la sopravvivenza, allontanandoci dalla realtà quando diventa particolarmente insostenibile e dolorosa, si traduce in un black out della memoria. Diviene patologica nella misura in cui essa non permette di riflettere sui differenti stati della mente entro una singola esperienza di "identità", mantenendo lo stato di non integrazione.

Nei pazienti, spesso associato alle preoccupazioni attuali e alla drammaticità di questo presente, affiorano spesso anche ricordi di traumi precedenti a volte recenti, a volte antichi. Così l’esperienza traumatica rischia anche di autoalimentarsi. Possono crearsi quindi ulteriori condizioni di stress, che possono anche favorire risposte depressive che creano un'inibizione del sistema immunitario ulteriore. Una recente ricerca di Esther Sternberg riguarda le caratteristiche reazioni come sonnolenza, isolamento, scarso appetito che avvengono quando ci si ammala. “questo tipo di malessere non dipende dalla malattia in sé, ma dall'attività delle citochine del sistema immunitario che interferiscono con l'attività celebrale [...] queste sostanze influenzano anche la memoria e le capacità cognitive: ecco perchè perdiamo di lucidità quando siamo malati.”

È possibile osservare in alcuni pazienti con storie difficili e portatori di una sofferenza profonda quanto l'esperienza traumatica sembra accumularsi, (Khan); questo rende la persona, particolarmente vulnerabile e indifesa nei confronti di ogni esperienza potenzialmente traumatica e più vulnerabile e ricettiva anche rispetto agli agenti esterni ed atmosferici. Tali elementi vengono verbalizzati dai pazienti stessi come “punizioni divine”, “colpe sconosciute che si devono scontare” mettendo la persona in una condizione di assoluta passività e ulteriore disequilibrio rispetto alla malattia.

Tali vissuti nelle persone, se non ascoltati, riconosciuti ed elaborati restano bloccati inibendo risposte; non portano il paziente a sviluppare il desiderio di guarire ma ad alimentare circuiti mentali depressi e demotivanti verso il ri-conoscere anche il significato della riabilitazione su sé e l’importanza di questa, anche quando fa male, è dura o si è stanchi. Rielaborare consente di avviare processi di armonizzazione corpo-mente e può rappresentare per la persona anche l’inizio di una liberazione, addirittura un’opportunità di conoscenza e di scoperta di sé che coinvolge e integra tutte le sue dimensioni. Alcuni pazienti arrivano a verbalizzare “mi serviva questa malattia” “dovevo vivere tutto questo per arrivare qui”.

Nella realtà ad un linguaggio emotivo ne corrisponde uno corporeo. Pensiamo all’emozione della paura e della rabbia, quanti sintomi fisici ci vengono in mente: dalla tachicardia alla mancanza del respiro, l'innalzamento della pressione e l'aumento della sudorazione, … così ogni dolore fisico, ogni corpo che perde funzionalità, ogni sospetto di non guarigione, paura del futuro e la domanda “chi sono io oggi”, si rendono così visibili durante i processi di recupero. La mente può infatti, influenzare il corpo e svolgere un ruolo determinante nella salute e nella cura della malattia, intervenendo nello svelare e costruire significati che uniscono parti, come la mia esperienza clinica sembra mettere in luce.

In ciascuno di noi sono attive tre macroaree in interazione continua (fisica, sociale e psichica). Nel caso di un trauma/malattia, ognuna di queste tre aree viene fortemente esposta a pericolo di destrutturazione; in assenza di integrazione si può giungere a mettere a repentaglio la stessa possibilità di vita. È proprio quando il vissuto conseguente al trauma è accompagnato dalla sensazione di “dolore senza parole” che coinvolge tutto. Nell’esperienza della patologia improvvisa (ad es: ictus, esiti di incidenti stradali, ecc…), si fa riferimento ad una perdita e l’elaborazione del lutto è quindi ancora più difficoltosa essendo possibile un confronto tra le condizioni precedenti il trauma e quelle successive e spesso la guarigione è la conquista di una immagine di sé in equilibrio con la nuova realtà psicofisica e ambientale.

La via che porta alla evoluzione del paziente avviene attraverso il vivere esperienze di nuove realtà, attraverso lo sperimentare di poter essere accettati, accolti anche “così”. Capita frequentemente che la prima reazione nel paziente sia il desiderio di non voler essere visti così, di vergognarsi. Il riuscire a mostrarsi e il riuscire a vivere la realtà del “ho avuto una malattia” è una conquista che richiede tempo. Il processo terapeutico deve consentire il raggiungimento di un equilibrio tra stabilità e crescita delle rappresentazioni del Sé cioè il bisogno di sentirsi se stessi e nello stesso tempo il bisogno di costruire nuovi significati per una piena partecipazione ad una vita più autentica e creativa.

Inoltre, emerge frequentemente, nella storia di questi pazienti, la presenza di eventi stressanti che possono avere anche favorito l’insorgere della recente malattia. Per la relazione tra eventi stressanti e vulnerabilità è probabile che nel corpo di quella persona fosse già pertanto presente una 'depressione' o uno squilibrio energetico-immunologico.

L'approccio PNEI consente anche allo psicologo di guardare al disagio come disequilibrio che coinvolge mente, corpo, ambiente e che necessita pertanto di essere affrontato tramite sinergie di saperi e con metodiche integrative (ad es: fitoterapia, omeopatia, ...)

 

Bibliografia

Basaglia N. E Al.: “Progettare La Riabilitazione” Ed. Ermes, Milano, 2002

Bottaccioli F.: “Psiconeuroimmunologia” Ed. Red, Milano 2005

Cicerone P.E.: “Quando el emozioni possono produrre malattia” Rivista PNEI; anno II numero 5 (pg. 7)

Dethlefsen T.: “Malattia e destino”. Ed. Mediterranee, 2006

Giannantonio M.; Psicotraumatologia E Psicologia Dell’emergenza” 2ed. Ecomind

Solano L.: “Tra mente e corpo” Raffaello Cortina Ed.; 2001

http://www.psicologiaemergenza.it/

http://www.psicotraumatologia.com/

http://www.sipem.org/

http://www.psicolinea.it/g_t/Trauma.htm

http://www.traumacranico.net/

 


A TUTTO TONDO

Nei mesi di aprile e maggio 2014 presso la Biblioteca del Centro Obesità e Nutrizione Clinica (CONC) di Villa Igea, Ospedale Privato in Forlì, si sono tenuti incontri di sensibilizzazione fra studenti delle seconde classi (grafici e 2 classi settore socio-sanitari) dell’Istituto di Istruzione Superiore Roberto Ruffilli ed una rappresentanza degli operatori dell’equipe CONC.
Sono stati eseguiti 6 incontri (2 per ogni singola classe) della durata di circa 2 ore ciascuno aventi l’obiettivo di stimolare alla cura del sé e di sviluppare un’attenzione “partecipata” e consapevole al corpo, al sé e all’alimentazione.
In presenza del medico endocrinologo dr.ssa Valeria Zaccheroni, dello psicologo dott.ssa Debora Battani, della dietista dott.ssa Elena Zorzetto, del medico fisiatra dr.ssa Lisa Zambelli e dell’insegnante Maria Luisa Ravaioli, sono stati invitati i ragazzi ad eseguire un disegno partendo dallo stimolo “se ti dico piatto cosa ti viene in mente”. Tale stimolo permette di fare emergere in maniera spontanea e non ragionata i significati (medico, nutrizionale, emotivo, psicologico e comportamentale) dello stesso per gli studenti.
Il riesame e le considerazioni sugli elementi emersi nel “disegna piatto” e dei suoi significati, raccolti tramite la tecnica del brainstorming, venivano rivalutati a distanza di circa 2 settimane.
Dai disegni degli studenti del settore grafici sono emersi: i ricordi, la casa, le abitudini, quello che mi piace, l’uso del cibo come fonte di gratificazione, le idee culturali sulla dieta, il cibo come compensazione, il piatto legato ai segnali fisici di fame e sazietà, il cibo come elemento creativo, il piatto legato a desideri sull’immagine corporea, il piatto legato alla salute, il piatto legato all’impulsività ed ai desideri del momento. Per questi studenti è emerso un atteggiamento marcato di volere interpretare ciò che vuole l’altro per accontentarlo, una ricerca della perfezione nell’immagine ed un’attenzione al bello come, peraltro, il percorso di studi stimola.
Dai disegni degli studenti della prima classe del settore socio-sanitario sono emersi: il piatto come tavola, i ricordi, i desideri, il piatto collegato alle emozioni, collegato alle abitudini, alle tradizioni, una cura di se stessi, il piatto legato alla compagnia ed alla famiglia, il cibo legato ai riti (festa) o alle necessità (pratico), ai segnali corporei, a come vorremmo essere. Questa classe, in particolare, è riuscita ad esprimere maggiormente la parte emotiva anche con disegni più liberi e meno tendenti “per forza” al bello, probabilmente come riflesso del percorso di studi volto alla cura del prossimo.

Dai disegni degli studenti della seconda classe del settore socio-sanitario emergono: il piatto come tavola, il piatto legato alla salute e al benessere, il piatto legato alle passioni che  nutrono, il piatto collegato agli stimoli fisici, visivi (colori ed effetto sul corpo), al piacere, ai rituali (festa), alla cura di sé, ai ricordi ed alla famiglia, al senso di inadeguatezza, il piatto collegato alle bevande, alla pubblicità, alla difficoltà di attivarsi. I disegni di questa classe sono stati prevalentemente piatti vuoti, probabilmente condizionati dallo stimolo fisico della fame (l’incontro è avvenuto all’orario di pranzo). Gli elaborati hanno acquisito maggior senso durante il confronto verbale.

Ci sembra che per età l’aspetto sulla preoccupazione del giudizio altrui fosse molto spiccato, tanto da portare la rappresentazione del piatto come oggetto senza significato. Nello sviluppo di ciascuno, ed in particolare in adolescenza, il sentirsi “uguali” è temporaneamente la fonte di sicurezza per individuarsi. Logisticamente la stanza ha richiesto una vicinanza di lavoro in piccoli gruppi e tendenzialmente ogni tavolo aveva un “tema” simile sugli operati dimostrando tale aspetto di funzionamento.
Al termine delle attività è stato chiesto ai ragazzi cosa pensavano emergesse dallo stesso laboratorio svolto dai pazienti ricoverati presso il CONC per obesità grave: i ragazzi stessi erano portati a pensare che i pazienti potessero identificare nel piatto gli stessi significati, riconoscendo come  differenza la quantità e la probabile modalità degli atteggiamenti.
Un ambito di riflessione è stato anche sull’attività motoria in relazione all’alimentazione, all’immagine corporea ed all’attivazione per la cura di sé e della propria salute. Sia per l’alimentazione che per l’esercizio fisico emergevano atteggiamenti dicotomici “tutto o nulla”, in relazione al pregiudizio sociale che definisce dieta un atteggiamento unicamente restrittivo e volto al dimagrimento (anziché come stile comportamentale equilibrato e costante) e attività fisica, un impegno finalizzato al raggiungimento di risultati sull’immagine corporea e non sul guadagno di salute o il piacere psicofisico, come frequentemente riscontriamo anche nei nostri pazienti.
Nella conversazione con i ragazzi spiccava la mancata abitudine alla regolarità ed al ritmo dei pasti, intesi più come la risposta (spesso non adeguata in termini qualitativi e quantitativi) all’emergenza dello stimolo biologico (fame) o emotivo (noia, rabbia, etc…). Tale aspetto così precocemente presente favorisce un atteggiamento impulsivo e poco controllabile di fronte al cibo.

Una caratteristica comune ai disegni degli studenti a confronto con i disegni delle persone ricoverate è che i primi riempiono meno il foglio rispetto ai secondi. E’ verosimile ipotizzare che per i ragazzi il cibo sia uno degli aspetti della vita mentre spesso per le persone affette da obesità rappresenti una ‘coperta’ a tutti i bisogni e una fonte esclusiva (di gratificazione, sfogo, spontaneità, ecc..) e i disegni frequentemente occupano tutto il foglio.

Tutti questi elementi fanno riflettere sul crescente problema dell’obesità e dei disturbi del comportamento alimentare proponendo lo sviluppo di una attenzione precoce realizzabile tramite azioni di prevenzione e non solo di cura. Ci sembra quindi indispensabile un programma di formazione/prevenzione volto all’acquisizione di una maggior consapevolezza sul comportamento alimentare e lo stile di vita.

Alla fine dell’attività è stato somministrato ai ragazzi un questionario anonimo nel quale poter esprimere le osservazioni e valutazioni in merito all’attività svolta: emerge una maggioranza di giudizi positivi sull’esperienza e sulla sua utilità, un senso di appagamento sulle aspettative e le osservazioni ‘negative’ riguardavano esclusivamente la durata ritenuta troppo breve. I ragazzi hanno inoltre esplicitando di conoscere prevalentemente i contenuti emersi ma di avere necessità di approfondirli. Tale aspetto rispecchia anche un funzionamento sociale che pare caratterizzato da una trasformazione dell’assetto familiare, dei ritmi quotidiani di vita, una sensazione di crescente instabilità e di conseguenza, un minor tempo e attenzione ai legami e alla comunicazione che purtroppo può evolvere nel farsi compagnia con il cibo o nel non riuscire ad apprendere in maniera profonda e stabile aspetti educativi sul cibo, stile di vita e relazioni con sé e l’altro rischiando, se non approfondito, di compromettere il senso di identità personale soprattutto in un momento dello sviluppo, dove naturalmente regna l’incertezza.

In definitiva… i disturbi del comportamento alimentare non hanno età né corpo! Prevenire è guardare ciò che sembra!
Il lavoro svolto sarà presente anche al BV OFF della Settimana del Buon Vivere 2014

    




EMOZIONI STATI D'ANSIA E MALATTIA (articolo pubblicato su Vivi Consapevole)


Intervista a Debora Battani, psicologa psicoterapeuta di Forlì che da anni lavora sul campo per capire gli effetti del disagio emotivo sulla salute

Intervista a cura di Romina Alessandri

Ciao Debora, ho letto con interesse un articolosul tuo sito (www.dirittiesentimenti.
it) che parla di una ricerca effettuata all’ospedale di Forlì sul peso che l’ansia e l’emotività possono avere durante il processo di guarigione e la degenza in struttura ospedaliera.
Vuoi raccontarci l’esito di questa ricerca?
Come afferma Tomellini “quando il corpo anatomico ci è infedele, ci mette in scacco, ci tradisce, quando non ci riconosciamo nel “nostro corpo”, come se esso non ci rappresentasse come vorremmo, ecco che ci sentiamo vulnerabili, esseri mutanti nel mondo, sottoposti ad un divenire inarrestabile a cui non possiamo sottrarci. Il corpo malato, e le sue ferite, rimandano ad un altrove che «trascende il corpo, fanno appello ad una ricerca di senso insito nella minaccia della malattia e nel possibile disfacimento del corpo.”
Il paziente ricoverato deve affrontare il reparto ospedaliero, diverso dall’ambiente domestico; deve far fronte alla minaccia tangibile alla salute, che il ricovero sottolinea; perde infine, a causa della condizione di malato, il controllo del ruolo, dell’immagine, della relazione interpersonale. Il ricovero in ospedale implica la perdita dell’indipendenza, la separazione dalla famiglia, routine e procedure sconosciute ed inevitabili timori circa il proprio stato di salute. La stabilità cede il posto all’insicurezza e la famiglia e gli amici divengono
visitatori.
Per la ricerca abbiamo usato un questionario, che ha fatto emergere come le persone abbiano avuto la senzazione di "Tempo Fermo"durante la degenza in ospedale. Da parte degli uomini è stato possibile notare maggior imbarazzo e timidezza rispetto le donne, come a mettere in luceun atteggiamento più imbarazzato di fronte all’esporsi parlando di sé, coerentemente con lo stereotipo sociale maschile. Rispetto alla variabile dell’età, si è visto come aumenti anche il numero di test falsati: le persone più giovani hanno invece un numero minore di test falsati come se fossero più allenati a parlare di emozioni o meno preoccupati che l’evento infici la loro vita, o li metta a confronto con il decadimento fisico irrecuperabile, sinonimo di
vecchiaia.
Rispetto alla prognosi, è emerso che, anche tra i pazienti con una prognosi buona, sono presenti elevati livelli d’ansia. Se si pensava che le persone con patologia ortopedica potessero reagire meglio di qualunque altra tipologia di pazienti, come se “le persone potessero essere più preparate a rompersi un osso piuttosto che avere una malattia neurologica”, ma che non è così, poiché anche tra i pazienti con patologia ortopedica è stata riscontrata una percentuale alta di ansia variata, potendo concludere che non è solo la natura dell’evento a influenzare la reazione alla malattia.
Questo fa pensare che è importantissimo prendere in considerazione l’opportunità di un trattamento psicologico anche per queste persone per le quali non ci si aspetterebbe alcuna reazione patologica.
L’attenzione è spesso focalizzata sull’ “organo da riparare” e si rischia di vedere solo il tessuto leso senza considerare a chi appartiene. Nel momento in cui il personale rivolge il suo interesse alla sofferenza del malato, il paziente viene invece considerato in tutta la sua interezza si ottiene cioè il bene della persona. La relazione medico-paziente resta dunque il cardine terapeutico fondamentale, e la priorità degli operatori è quella di porsi nel ruolo di “contenitore” dei vissuti del paziente, aiutandolo a scoprire le proprie risorse, guidandolo nel riconoscimento del proprio disagio attraverso anche la legittimazione di una ansia ‘normale’ cioè legata alla preoccupazione per la propria salute e per la dipendenza da altri per le cure necessarie.
Nelle persone con malattia fisica il conoscere e comprendere la malattia e il sentirsi compresi possono influire sull’andamento della malattia stessa e sulla capacità di modulare la quotidianità in funzione di questo.

Uno degli ambiti in cui ti sei impegnata è la terapia occupazionale, un tipo di approccio che prevede “il fare” come via di uscita ai problemi emotivi. Come
funziona?
Nella Terapia Occupazionale le attività sono sia il mezzo per il trattamento che i risultati dell’intervento, ma non sempre le mansioni usate come strumenti sono poi la conclusione del lavoro: alcune attività sono fondamentali per condurre la persona a scoprire l’utilizzo di risorse, che gli saranno poi utili ed essenziali per altre occupazioni. “il fare, per essere terapeutico, deve essere “un fare essere”, come direbbe Fromm, deve permettere di costruire una maggiore fiducia, un equilibrio, una relazione positiva con il mondo umano e non-umano che lo
circonda.
È attraverso la possibilità di creare oggetti, pensieri, storie e relazioni che si esplica la grande opportunità di cura della T.O.: il contatto tra terapista e paziente sul luogo del “fare” ha una grande valenza riabilitativa e grazie ad esso due mondi, quello del terapista e quello del paziente, si incontrano e proprio da questo contatto prende avvio il percorso del trattamento, che è fatto di impegno per l’evoluzione.
Non è sempre facile farla accettare al paziente perchè è proprio l’espressione della fisicità che è cambiata e genera sentimenti di sconforto e frustrazione sia per il riscontro di non essere più in grado di fare, sia perchè necessitano delle nuove strategie per fare ciò che
si faceva benissimo prima.
Tutto questo è diverso da “ti dico io come si fa” che rappresenterebbe un puro esercizio di funzioni che non favorisce l’evoluzione e non promuove gli apprendimenti che possono portare all’autonomia. Le attività svolte in terapia sono inserite nella storia intima delle persone, nelle sue caratteristiche, nel suo livello di sviluppo motorio, intellettivo e affettivo. La realtà fisica e quella della mente confluiscono e si realizzano nell’oggetto, quindi possiamo dire che il prodotto di una attività è il simbolo di un cambiamento, di un processo esterno ed interno.
Ansia, stress, paura e depressione sono oggi problemi molto diffusi fra le persone che ci circondano.
Perché secondo te, sempre più persone non riescono a prendere in mano la loro vita con serenità e fiducia in se stessi?
Mi viene da pensare che i cambiamenti sociali, economici e di assetto familiare possano avere inciso nell’acquisire un senso di benessere e di sicurezza di base che aiuti a sviluppare capacità per far fronte agli eventi.
Mia nonna diceva che ci si aiutava tutti, si era sempre in compagnia per le attività ad esempio nei campi e alla donna era affidato il compito di addetta al focolare e alla cura-crescita dei figli. Oggi tutti lavoriamo, spesso anche i nonni, questo fa aumentare il livello di stress percepito e il senso di solitudine quotidiano e un atteggiamento orientato al fare e meno al sentire.
E’ possibile così crescere più vulnerabili e con meno legami con funzioni di supporto, aspetti che non aiutano a sviluppare tolleranza alla frustrazione né fiducia verso la possibilità di poter affrontare situazioni difficili visto che si perdono anche i racconti degli eventi, essendo ridotti i momenti dedicati alle relazioni. Inoltre essendo venuto meno l’allenamento al sentire è possibile che i sentimenti spaventino di più. Noto inoltre una maggiore tendenza al conformismo, per la fatica di sentirsi diversi, vissuto come essere ‘non uguali’ invece di ‘unici’.

Quanto peso ha un la mente sul recupero e sul mantenimento della salute?
Attualmente lavoro anche a Villa Igea al Centro Obesità e Nutrizione Clinica e spesso l’aspetto più difficile da accettare per le persone con una patologia ‘così tanto corporea’ è proprio l’aspetto emotivo.
Solo le persone che si mettono in discussione e avviano una psicoterapia o trovano una modalità di accettazione e ascolto dei bisogni psicofisici riescono a costruire un percorso di amor proprio e di cura di sé che permette di non aggravare la malattia e di starci insieme attivamente.
Sempre, ciò che accade nella mente condiziona il corpo e viceversa. È scientificamente provato che quando si è depressi si è maggiormente esposti ad esempio all’influenza e che quando si ha una malattia fisica il tono dell’umore è fisiologicamente più flesso. Io appartengo alla società di psiconeuroendocrinoimmunologia che studia proprio le relazioni esistenti tra tutti i sistemi che ci costituiscono e tutti hanno un peso e si condizionano reciprocamente, quindi la mente può anche condizionare i processi biologici.



ARCHITETTURA DEL BENESSERE
Un nuovo progetto in collaborazione con il Centro Obesità e Nutrizione Clinica di Villa Igea

C'è uno stretto e profondo legame tra spazio abitativo e qualità del benessere. L’Architettura del Benessere progetta, costruisce o semplicemente rinnova lo spazio di casa (e di lavoro) da un punto di vista molto profondo, in quanto verifica in che modo l’ambiente, esterno ed interno, influenza la percezione psico-emozionale dell’uomo attraverso la reazione che il corpo invia in risposta a determinati elementi presenti nello spazio abitativo (lavorativo). Ad esempio: ti è mai capitato di entrare per la prima volta in uno spazio nuovo e di sentire “a pelle” se l’ambiente ti piaceva oppure no? Questa classica sensazione "a pelle" (che funziona anche tra le persone) parla direttamente alla nostra parte più intuitiva e percettiva (si dice una reazione di “pancia”), prima ancora che la mente pensante possa aver fatto un ragionamento a riguardo! Se la sensazione è positiva, il tuo corpo si rilassa, se la sensazione è negativa il tuo corpo si contrae e inconsapevolmente si pone in una posizione di difesa o di fuga per consentirti di metterti al sicuro e protetto. Tali reazioni avvengono inconsapevolmente. L’Architettura Olistica, attraverso i suoi strumenti quali il Feng Shui (Psicologia dello Spazio) e il Decluttering (Rimozione del Superfluo), decodifica quali sono gli elementi concreti dello spazio, che recepiti dai recettori dei tuoi 5 sensi, vengono trasformati in sensazioni e percezioni che possono farti sentire tranquillo e a tuo agio o viceversa ti creano una reazione di chiusura e contrazione fisica, tenendoti in allerta. Questi elementi concreti sono chiamati anche analogici e sono i colori, le forme, i materiali, gli elementi strutturali della stanza, la qualità della temperatura, la qualità dell'illuminazione, tipologia di arredo, i suoni, gli odori, l’ordine, gli accumuli, la tipologia dei tessuti, la proporzione tra pieni-e-vuoti, gli elementi naturali e artificiali del paesaggio e molto altro.

Il progetto realizzato presso il Centro Obesità e Nutrizione Clinica Di Villa Igea ha come obiettivo quello di portare il decluttering all’interno dell’ambito sanitario.

Silvia Ruffilli, Operatrice Olistica Professional, ed Elisa Santi, Architetto, titolari dal 2012 dello Studio Archibenessere, hanno dato vita a un esperimento ambizioso e innovativo: proporre il decluttering come formazione ai pazienti del centro di obesità e nutrizione clinica di Villa Igea.

Il primo contatto è stato con la primaria, dott.ssa Valeria Zaccheroni, una persona attenta alle relazioni umane, che ha subito colto il nesso tra il corpo e la casa, la casa come “corpo espanso”; la dottoressa ha subito capito come un ambiente trascurato, male organizzato, disordinato, poco pratico da vivere e da godere, sia in grado di influenzare i nostri stati d'animo e le emozioni che sono un fattore importante anche nella cura del sovrappeso. In quel primo incontro abbiamo illustrato che il nostro intervento in struttura sarebbe stato di tipo informativo per sensibilizzare le persone a lavorare anche sulla qualità dell'ambiente vissuto ogni giorno, una volta dimessi dalla struttura. A seguire vi è stato l’incontro con i due psicologi di clinica, dott.ssa Debora Battani e il dott. Gian Luca Cesa, con i quali invece abbiamo parlato nel dettaglio dei contenuti da esporre ai pazienti per capire in che modo strutturare e modulare l'incontro, entrambi sono presenti durante gli incontri, e la loro presenza è fondamentale, infatti sono i loro interventi che meglio chiariscono come le dinamiche psicologiche ed emozionali si riflettano tanto nel corpo quanto nello spazio.

Presso il Centro Obesità e Nutrizione Clinica di Villa Igea i pazienti effettuano incontri di sensibilizzazione sulla tematica corpo e casa insieme agli psicologi della struttura. L’esperienza permette di confermare l’ipotesi di partenza, cioè che la casa che scegliamo per vivere la nostra quotidianità ci assomiglia. La nostra casa è la nostra seconda pelle in quanto è la proiezione del nostro sistema corpo-mente in uno spazio circoscritto.

Per questo motivo il legame tra corpo e casa è fortissimo: entrambi gli spazi parlano lo stesso linguaggio, in linea generale possiamo affermare che se ci si trova in un momento personale di confusione mentale, di scarsa chiarezza decisionale, anche l’ambiente dei casa presenterà analogie, attraverso accumuli, arredi disorganizzati, percorsi poco fluidi ecc…

Se a livello emotivo si percepiscono dei vuoti o delle paure di trovarsi impreparati e si tende ad accumulare peso per colmare quei vuoti, anche in casa si avrà la tendenza ad accumulare e a non buttare via nulla, aggravando la situazione di disagio fisico, mentale ed emozionale, senza risolvere il problema alla radice e spesso percependolo come normalità e non riuscendo a rendersi conto del peggioramento emotivo che può comportare per la persona. Si favorisce così lo sviluppo di una condizione di blocco emotivo con sentimenti di impotenza e incuria che non favoriscono l’attivazione ad avere attenzione verso la propria salute e la cura di sé perché non favoriscono la fiducia e l’attivarsi verso il chiedere aiuto e fare evolvere il sentimento di malessere che si prova.

I primi risultati sono molto incoraggianti, e il fatto stesso che siano state così ben accolte da medici e pazienti in un contesto di carattere istituzionale è un segnale tanto positivo. Il progetto nasce dall’idea che essere organizzati non significa essere perfetti o avere una casa da rivista tutta ordinata, significa riconoscere delle priorità e ottimizzare spazio e tempo per dedicarsi alle esperienze appaganti della vita. Il decluttering e l’organizzazione sono strumenti molto importanti, perché gli accumuli disordinati e la disorganizzazione sono il segno di blocchi emotivi. Il decluttering è un metodo strutturato che aiuta ad individuare ed a risolvere le cause dell' accumulo, non si limita a dare trucchetti e consigli, ma fornisce strategie concrete affinché la persona posa iniziare un percorso di alleggerimento dei propri spazi di vita.

Il progetto è nato dalla voglia di aiutare agli altri a capirsi, a crescere e a trovare il benessere. Presso il CONC è stato possibile trovare persone la cui attenzione è già rivolta al corpo, ai suoi meccanismi, al suo legame con la mente e con gli eventi della vita e ciò ha permesso di creare un contesto fertile in cui portare il discorso del rapporto spazio-mente, corpo-casa, e al contempo sostenere qualcuno che si sta impegnando a migliorare le sue condizioni fisiche e mentali.

Qual è la connessione tra decluttering e obesità? La connessione è forte soprattutto intorno all'argomento dei “pieni e vuoti”, così nello spazio come nel corpo, aspetto che viene analizzato dagli psicologi di clinica durante la degenza. L’obesità può essere legata a patologie più prettamente fisiche come una disfunzione ormonale, ma al di là di questo, le cause psicologiche che ci spingono a “riempirci” di cibo sono le stesse che ci spingono a “riempirci” di oggetti che non utilizziamo. In modo simile, gli ostacoli che si incontrano quando si cerca di perdere peso sono simili a quelli che si incontrano quando bisogna lasciare andare gli oggetti “protettivi”. Trattare parallelamente i due aspetti, quindi, può facilitare molto il miglioramento su entrambi i fronti. Quando si alleggerisce il corpo si adotta un nuovo stile di vita per creare una “nuova identità” fisica e psichica. Se lo spazio in cui si vive rimane inalterato, continuerà a riflettere gli errori e i blocchi dell’identità precedente, remando contro a tutto il lavoro fatto in clinica. L’obiettivo, quindi, è spiegare ai pazienti come un nuovo stile di vita fatto di movimento, dieta e nuove abitudini di vita necessita di uno spazio che dopo esser stato liberato e alleggerito venga adeguatamente organizzato.



Esempio di laboratorio espressivo (video tratto da Youtube, esperienza presso Ospedale Privato Villa Igea di Forlì)