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Omosessualità

La famiglia cambia e  il rapporto di coppia, sia eterosessuale che omosessuale, si è rapidamente evoluto. Eppure in Italia una buona parte dei cittadini è costretta tuttora a vivere senza i pieni diritti di cui ognuno dovrebbe costituzionalmente fruire. Certo  non siamo tra i 78 paesi del mondo che considerano l'omosessualità un reato (sette dei quali prevedono la pena di morte).
Siamo però buon ultimi in Europa rispetto alla necessità di avere una legge contro l'omofobia, e da anni in lista d'attesa per ottenere l'equiparazione  tra famiglie basate sul matrimonio e famiglie formate da conviventi.
Un intreccio tra pregiudizio e mancanza di norme che esclude l'Italia dalla rosa dei paesi occidentali che si stanno muovendo ben più efficacemente  per garantire pieni diritti a tutti i cittadini. Eppure in Italia, secondo l'Istat, si contano 870.000 coppie di fatto di cui almeno 200.000 composte da persone dello stesso sesso.
L’Italia, purtroppo, dopo aver molto parlato di Dico o Pacs non ha mai osato riconoscere le coppie di fatto lasciando senza tutela quasi un milione di famiglie omosessuali e non. Un paese dove, nonostante l'Unione europea abbia approvato nuove norme contro l'omofobia, non è stata varata alcuna legge in proposito, mentre continuano a verificarsi episodi di vero e proprio razzismo. Un Paese dove il diritto di vivere pienamente il proprio orientamento sessuale, il diritto di amare e di non essere discriminati sul lavoro a causa della propria omosessualità (spesso dunque ancora nascosta e vissuta con paura) incontra una miriade di difficoltà che frenano e sviliscono il mutamento sociale in atto.
Il fatto è che il concetto di famiglia è cambiato di più negli ultimi quarant'anni che nei mille anni precedenti e, nonostante questo, non abbiamo strumenti legislativi adeguati alla realtà che ci circonda. Se confrontiamo la situazione italiana di oggi rispetto a quella di vent'anni fa ci sono state di certo delle novità. La società si muove e anche la consapevolezza del fatto che i gay esistono è di gran lunga aumentata. Purtroppo il cammino che abbiamo fatto noi in vent'anni è una frazione minima di quello compiuto nello stesso periodo da altri paesi europei. Si pensi alla Gran Bretagna della Thatcher che nel 1988 approvava la famigerata Section 28, la legge che impediva ai maestri gay di insegnare, mentre oggi da quelle parti si accetta con assoluta normalità che il capitano della squadra gallese di rugby riveli la propria omosessualità. O alla Spagna e al Portogallo, paesi cattolicissimi e mediterranei, che hanno leggi sul matrimonio gay. Qui in Italia gli omosessuali continuano ad essere cittadini a diritti diminuiti senza che nessuno se ne indigni, così come restiamo l'unico paese in cui all'omofobia, come al maschilismo e al razzismo, non è attaccato nessuno stigma sociale".
Ad oggi l'Italia non permette alle coppie dello stesso sesso di contrarre matrimonio e, non prevedendo alcuna forma di riconoscimento giuridico per le coppie di fatto, non le riconosce neanche in quanto conviventi.
Tra le proposte minime c'è l'istituzione del PACS (Patto Civile di Solidarietà), che attribuirebbe ad una coppia che sottoscrive il patto, eterosessuale o omosessuale, una serie di diritti economici di solidarietà e alcuni diritti civili minori (per esempio il diritto all'eredità in caso di morte del partner, il diritto alla reversibilità della pensione, il diritto al subentro nel contratto d'affitto, il diritto di estensione della cittadinanza o di concessione del permesso di soggiorno in caso un membro della coppia sia straniero, agevolazioni fiscali varie, ma non è previsto il diritto all'adozione di figli).
Nell'Unione Europea mancano parimenti di legislazioni simili Slovacchia, Polonia, Grecia, Romania e Bulgaria mentre tutti gli altri Paesi prevedono un riconoscimento giuridico; in alcuni casi è previsto anche il Matrimonio omosessuale.
L'Articolo 2 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948 contiene due indicazioni relative alla non discriminazione in genere:

« Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità »


L'articolo 7 proibisce ogni forma di discriminazione:

« Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione »


Molti trattati internazionali contengono indicazioni come queste, che non menzionano esplicitamente "l'orientamento sessuale". Tale lacuna è stata colmata da numerosi Paesi che hanno legiferato, in modo diverso come, per prevedere anche l'orientamento sessuale, o specificatamente l'omosessualità, tra i gruppi oggetto di tutela.
Il Comitato per i Diritti umani delle Nazioni Unite, nel 1994, ha equiparato, nel caso "Nicholas Toonen vs. Australia", la menzione a "sesso" a quella di "orientamento sessuale
Articolo 3 della Costituzione
In Italia la tutela dalle discriminazioni è sancita, dall'articolo 3 della Costituzione, primo comma:

« Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali »


Nel caso particolare di omosessuali, bisessuali o transessuali il divieto di discriminazioni fondate su «condizioni personali» sembrerebbe costituzionalmente sancito.
Legge Mancino
La legge di riferimento per la tutela dalla discriminazioni in Italia è la cosiddetta legge Mancino n. 205 del 1993, detta "antinaziskin" che assicura protezione contro le discriminazioni motivate da condizioni razziali, etniche, nazionali o religiose.
L'orientamento sessuale, dopo un lungo dibattito, fu però deliberatamente lasciato fuori dalla formulazione, nonostante le proteste della militanza omosessuale.
Sul lavoro
La legislazione italiana tutela le persone discriminate sul posto di lavoro, per motivi legati all'orientamento sessuale, con l'emanazione del Decreto Legislativo n. 216 del 9 luglio 2003, in attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.
Il testo di legge italiano peraltro recepiva la normativa dell'Unione europea ribaltandone parzialmente il senso, in quanto introduceva per la prima volta nell'ordinamento italiano alcune eccezioni, riguardanti il personale delle Forze armate, di quelle di Polizia e dei servizi di soccorso (VV.FF, ecc.), stabilendo così di fatto i casi nei quali era lecito discriminare sul lavoro le persone omosessuali. In seguito a procedure d'infrazione avviate contro l'Italia dalla Commissione europea, tali eccezioni sono state abolite dall'art. 8-septies del decreto-legge n. 59 dell'8 aprile 2008 convertito, con modificazioni, nella legge n. 101 del 6 giugno 2008.
Il principio di bigenitorialità è il principio ideologico in base al quale un bambino ha sempre e comunque una legittima aspirazione, ovvero una sorta di diritto naturale a mantenere un rapporto stabile con entrambi i genitori, anche nel caso questi siano separati o divorziati, ogni qual volta non esistano impedimenti che giustifichino l'allontanamento di un genitore dal proprio figlio. Tale diritto si baserebbe, in questa impostazione, sul fatto che essere genitori è un impegno che si prende nei confronti dei figli e non dell'altro genitore, per cui esso non può e non deve essere influenzato da un'eventuale separazione. Inoltre, quello di essere genitore è sia un diritto che un dovere, come stabilito dall'articolo 30 della Costituzione Italiana. In quanto diritto, esso non può essere soggetto al consenso di una terza parte, fosse anche l'altro genitore; in quanto dovere ad esso si costituisce secondo le forme previste dalla legge e in quanto tale non è passibile di rinuncia.
Questo principio si oppone alla pratica giuridica finora adottata, la quale in caso di separazione comportava, di norma, che i figli fossero affidati a un solo genitore con affido esclusivo, e promuove la pratica dell'affido condiviso come tutela del benessere dei minori a continuare a ricevere cure, educazione e soprattutto affetto da entrambi i genitori.
Non solo, una recentissima sentenza del Tribunale di Nicosia, piccolo comune sui monti Nebrodi in provincia di Enna ha statuito che "La relazione omosessuale di una madre, laddove non comporti pregiudizio per la prole, non costituisce ostacolo all'affidamento condiviso dei figli, che possono abitare con lei".
A stabilirlo è stato il giudice Alessandro Dagnino, Presidente del Tribunale di Nicosia, in provincia di Enna, il quale ha respinto il ricorso di un uomo che si stava separando dalla moglie e che aveva chiesto l'affidamento esclusivo dei figli, accusando l'ex consorte di avere una relazione omosessuale, cosa che avrebbe compromesso la sua capacità di svolgere il ruolo di madre.